La svolta stava maturando da tempo, si respirava nell’aria eccitata e febbrile dell’anno 1971 (sì, dalle parti nostre il ‘68 fece un po’ tardi). Ormai – verso la fine degli interminabili matrimoni, in pomeriggi avvilenti e sudati, quando amici dello sposo e zie zitelle e brille si lanciavano nel pietoso tango d’ordinanza – ci rifiutavamo esplicitamente di cantare “Agata”. Le 40mila lire che raccattavamo e mettevamo da parte per comprare l’indispensabile Camera Eko (che non era un soggiorno Ikea ante litteram, ma un altrettanto modesto impianto voce), non erano un incentivo adeguato, se in cambio dovevamo mortificare le nostre aspirazioni artistiche.

D’altronde, cosa non consentiva al tempo la musica? E cosa non transitò per la musica, nel corso di quegli anni? Oggi gli over 50 – in prima battuta – negano, rimuovono, fanno finta di niente. Per proteggere il loro frigido, precario disincanto dalle memorie di una stagione di illusioni. Per non apparire oltremodo ridicoli di fronte a figli già sufficientemente infastiditi da una generazione schiacciata dalla nostalgia. Ma basta provocarli un attimo, far risuonare un motivo, un ricordo, un aneddoto, per rimetterli in vita.