La svolta stava maturando da tempo, si respirava nell’aria eccitata e febbrile dell’anno 1971 (sì, dalle parti nostre il ‘68 fece un po’ tardi). Ormai – verso la fine degli interminabili matrimoni, in pomeriggi avvilenti e sudati, quando amici dello sposo e zie zitelle e brille si lanciavano nel pietoso tango d’ordinanza – ci rifiutavamo esplicitamente di cantare “Agata”. Le 40mila lire che raccattavamo e mettevamo da parte per comprare l’indispensabile Camera Eko (che non era un soggiorno Ikea ante litteram, ma un altrettanto modesto impianto voce), non erano un incentivo adeguato, se in cambio dovevamo mortificare le nostre aspirazioni artistiche.