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Il corto circuito dell’incertezza nel pezzo di Dario Di Vico sul Corriere di stamattina.

Se c’è un impianto che in Italia lavora tutti i santi giorni e su tre turni è la fabbrica dell’incertezza. A farla girare a pieno ritmo concorrono molti soggetti, che magari agiscono in contrasto tra loro ma che alla fine producono nel cittadino un diffuso sentimento di smarrimento e di oscuramento del futuro. Prendete l’ultimissimo caso, la trasformazione dell’acronimo che sta a indicare la nuova Service tax: da ieri sappiamo che non si chiamerà più Trise bensì Tuc.

L’alata opinione di Vittorio Grilli. Un mare di chiacchiere per concludere con la solita cazzata ipocrita e autoassolutoria dell’evasione fiscale. Per il resto ci pensino a Bruxelles. Noi non siamo in grado, dice uno che ha fatto il ministro in Italia. (dal Corriere di stamattina).

Il cammino che porta alla crescita passa per una tappa fondamentale: la riduzione delle tasse. In un Paese a forte debito come il nostro, questo significa riuscire a tagliare la spesa pubblica. Un obiettivo sempre ribadito dagli ultimi governi ma che non ha dato i risultati sperati. Non si tratta solo di poco impegno degli esecutivi o scarsa volontà del Parlamento o azioni di sabotaggio da parte della burocrazia.

Negli anni della cosiddetta Seconda Repubblica, gli ultimi venti, l’Italia ha perso ricchezza, gli italiani hanno perso reddito, e molto (il 14%). L’Italia, gli altri no, cristo. L’America è cresciuta, gli altri paesi della zona Euro – anche i peggio messi – hanno mantenuto le posizioni: i dati di Eurostat e del Fondo monetario riportati stamattina da A&G sul Corriere sono chiari, indiscutibili.