Veltroni e la sindrome della parola aliena

Walter Veltroni è persona che ho imparato tardi ad apprezzare. In gioventù lo combattevo, ritenendolo molliccio e di scarso peso politico. Poi, con il tempo, gli ho riconosciuto la capacità di non leggere più il mondo con gli occhi dell’ideologia e la conquista di una serenità interiore sconosciuta ai suoi vecchi compagni di partito: i due fattori che distinguono un ex-comunista bilioso da una persona normale che nella vita fa le sue scelte, e quando sbaglia prova a fare i conti con la realtà, piuttosto che intestardirsi per metterla in riga.

Veltroni con la realtà ha fatto talmente i conti che da qualche anno ha abbandonato la politica a pieno tempo, dedicandosi ad attività di scrittura e cinematografiche che gli riescono anche abbastanza bene (cosa che non potrebbero fare i suoi, che generalmente non hanno un mestiere). Ma ha un punto debole che lo accomuna ai suoi compagni: potremmo definirlo come “la sindrome della parola aliena”.

Ricordate il meraviglioso “dottor Stranamore” di Kubrick, quando a Peter Sellers scatta in automatico il saluto nazista, per quel fenomeno neurologico definito “sindrome della mano aliena”? Nessun paragone blasfemo, sia chiaro, ma alle persone di sinistra succede una cosa analoga. Possono vedere scorrere il film di sconfitte planetarie ma la lezione non la comprendono mai: “sinistra” resta sempre la parola-chiave per richiamare valori e ideali (spesso presunti), incitare all’unità (altra parolina magica…), suscitare commozione e applausi autoreferenziali. Cosa che Veltroni ha fatto con mestiere nel corso della celebrazione del decennale del Pd sabato scorso.

Ma “sinistra” ormai è parola aliena, per tornare al paragone neurologico. E’ un totem simbolico totalmente scollegato dalla sua essenza, dal suo significato reale. Rimanda ad un passato morto e sepolto, mette in moto solo le pessime tossine della nostalgia. Provate a pensarci con freddezza. Quella che comunemente si definisce “sinistra” nacque internazionalista e cosmopolita e oggi si lamenta della globalizzazione che dà da mangiare a qualche miliarduccio di esseri umani in più. Si sviluppò contrastando il luddismo e combattendo per il progresso, e oggi ha paura dei robot. Difendeva i più deboli e oggi protegge gli assistiti. Concepiva (giustamente) la magistratura come baluardo dei poteri costituiti e oggi ne è schiava. E così via. Nulla oggi collega la parola “sinistra” alle ragioni – allora solide – della sua nascita storica. E questo è il semplice, semplicissimo motivo per cui oggi la parola piace “dentro”, tra i militanti, nostalgici e reduci, ma non è compresa fuori, tra la gente comune, che anzi la osteggia perché la collega indissolubilmente a concetti obsoleti, scontri incomprensibili, faide di ceto politico, etc…

Matteo Renzi non è un uomo di sinistra, per questo ha suscitato speranze. Lasci perdere il veltronismo, versione benigna di una malattia senza cure, e continui a tenere la parola “sinistra” fuori dal suo vocabolario. Parli alle persone normali, costruisca nei prossimi mesi un rassemblement moderato contrapposto agli sfascisti di ogni risma: è l’unico posizionamento possibile per il Pd in vista delle elezioni. Non contribuisca a tenere in vita la parola, eviti insomma a tutti i costi che il morto afferri il vivo.