Il sabaudo

Resoconto – vi assicuro – fedele, testuale di un viaggio Milano-Torino sul Frecciarossa delle 18.05 di oggi pomeriggio. Scelgo la carrozza 2, posto 8A, nella cosiddetta area del silenzio. Area che, intendiamoci, so essere già di suo solitamente infestata da lunari annunci a tutto volume dell’azienda e dalle stentoree richieste dei baristi (dolce o salato? Caffé o prosecco?) che nel vagone 2 sono formulate sempre alzando i decibel. Mi siedo, silenzio lo smartphone, inforco le cuffiette con audiolibro (ascolto la Divina Commedia letta da Marescotti, mica male…), ma il “Pape Satàn, Pape Satàn aleppe” in apertura del VII canto viene travolto dal contemporaneo squillo di due cellulari che scaccia in sottofondo la conversazione che i titolari dei posti 6A, 6B, 5A e 5B (due maschi, due donne) hanno intrecciato con gioia dal momento in cui sono saliti in treno. In particolare un mio quasi dirimpettaio (posto 7D) si impegna in un concitato colloquio telefonico che pare non avere fine. Per cui, quando dopo qualche minuto si trova a passare dalle mie parti una signora di Trenitalia, con ampi gesti silenziosi segnalo il caos che regna in giro, non additando come solo colpevole il signore del 7D, ma un po’ tutti. Mentre – misteri del genere umano – nell’altra metà del vagone, area senza divieti, ci sembra che nessuno fiati, mi fa giustamente notare a gesti Maria Rosa, seduta (in silenzio, ed è una notizia) davanti a me.

La povera impiegata Trenitalia fa uno sforzo, devo dire, e a bassa voce chiede con gentilezza a tutti di non fare troppa caciara. L’omone del 7D (barbetta rasa, occhiali aggressivi) a questo punto si alza, interrompe la conversazione e – prima di lasciare il vagone per proseguire altrove la telefonata – si rivolge a me, facendo partire una vera e propria filippica (non molto urlata, per la verità) facendomi, più o meno: “Io parlo, è vero, ma sappia che  sono proprietario di un carnet, questo posto mi è stato assegnato ma io non lo volevo (non capisco il nesso tra le cose…), e comunque – qui viene il bello – lei, che è un uomo di potere, io la conosco, non faccia l’arrogante come è abituato a fare, segnando con il ditino il prossimo”. E se ne va in corridoio a riprendere la sua telefonata, biascicando qualcosa contro il sistema, la politica, la gente maltrattata e così via.

Io ci penso un po’, poi – mettendomi a rischio paliatone da parte dell’omone – decido di andargli a parlare, una volta conclusa la sua conversazione. E gli chiedo con gentilezza le ragioni della sua sbrasata precedente. Come sempre capita in circostanze del genere, l’omone abbassa la cresta, la smette di prendersela con me e butta la palla in corner. “E’ la pubblica amministrazione…”, comincia. “Sì, ma Trenitalia che c’entra?”, replico. “Sono regole assurde”, insiste. “D’accordo – faccio io – ma se ci sono direi di rispettarle, che dice…”. E così via, in una discussione sempre più stanca, fino alla conclusione surreale. “Ma via, lei viene a parlare a me di regole…  io ho avuto un’educazione sabauda”.