Sei mesi dopo (4)

Quarta puntata. Il 4 dicembre gli italiani hanno reagito con un voto impaurito e conservatore ad un corposo progetto di cambiamento. Questa è la verità delle cose, detta nella maniera più semplice.

Per spiegare la seconda ragione della sconfitta referendaria bisogna parlare di due anni e nove mesi di governo, innanzitutto facendo qualche semplicissimo conto, e prendendo a  riferimento – per così dire – alcune grandi categorie di italiani che il nostro si è inimicato, ha contrastato o ha concretamente colpito:

  • i giornalisti, di cui ha cercato di limitare il potere simbolico disintermediandoli sprezzantemente, e additandoli come i primi responsabili di un racconto sbagliato e distorto dell’Italia;  
  • i magistrati, di cui ha contestato la centralità nella vita nazionale riaffermando il primato della politica sugli avvisi di garanzia, e che ha offeso nella loro intoccabilità di Casta anticipandone l’età pensionabile e riducendo loro le sacre ferie;
  • i docenti universitari, che ha schiaffeggiato con le “cattedre Natta”, procedura speciale per la chiamata diretta di 500 cervelli dall’estero o dall’Italia cui assegnare una cattedra e anche uno stipendio più alto;
  • i dipendenti pubblici, con la riforma della PA che prevede(va) la  riduzione dei dirigenti, la valorizzazione del merito, la fine del diritto all’incarico, il licenziamento per i “furbetti del cartellino”;
  • gli insegnanti, cui ha chiesto, con la “Buona scuola”, di formarsi e aggiornarsi, di trasferirsi – se necessario – per andare a fare scuola dove ci sono gli studenti, non dove fa piacere a loro. Premiando quelli bravi, non inventando cattedre;
  • i sindacalisti, cui ha tolto la greppia della concertazione, il maggiore strumento nazionale di blocco della dinamica sociale. Accentuando così la loro delegittimazione, dimezzando poi permessi e distacchi sindacali, avocando al governo la soluzione di centinaia di crisi aziendali;
  • i politici. Tutti. Perché non li sopporta.

Ora, questo può sembrare poco più che un gioco, e sappiate che alcuni numeri non sono precisi o aggiornati, ma grosso modo in Italia vi sono 110mila iscritti all’Ordine dei giornalisti, 6000 magistrati, 60mila docenti universitari, 3 milioni di dipendenti della PA, 700mila insegnanti, pare addirittura 700mila sindacalisti, 200mila politici: tirate voi la somma.

Sono categorie che orientano l’opinione pubblica, partecipano attivamente alla vita della società, veicolano orientamenti, preoccupazioni, flussi di simpatie e antipatie. Il nostro le ha messe sotto tiro, annunciando riforme radicali dei rispettivi settori, e in una certa misura realizzandole, anche se spesso depotenziate e dimezzate. Risultato: gli annunci hanno messo paura a tutti, le riforme realizzate hanno avuto un’efficacia parziale (anche perché c’è bisogno di tempo per vederne i buoni effetti), le categorie continuano a pensare di essere bistrattate e odiate. E il 4 dicembre si sono vendicate.

D’accordo, mi direte. Però il nostro ha fatto la riforma del lavoro (l’efficace Jobs Act) e della scuola (il passo avanti della “Buona scuola”); ha dato 80 euro al mese in più a 11,7 milioni di italiani (1,4 milioni li hanno persi nel tempo, avendo nel frattempo migliorato il loro reddito); ha abolito la tassa sulla prima casa, l’Imu e la Tasi; ha messo lo stop all’Irap e ha tagliato l’Ires; ha ridotto le tasse agricole e il canone Rai; ha avviato il processo civile telematico e la banda ultralarga; ha approvato il bonus bebé e la riforma del cinema; ha fatto la legge contro il caporalato; ha varato il divorzio breve e le unioni civili, le norme per la non autosufficienza e la legge sul ‘dopo di noi’; ha riformato il terzo settore e il servizio civile; ha aumentato le pensioni minime; ha messo un tetto agli stipendi della PA. E parecchio altro.

Poi ci sono le cifre, che pure qualcosa dicono (differenze tra il febbraio 2014 e il settembre 2016): PIL, +1,6%; rapporto deficit/pil: -0,4%; consumi famiglie: +3%; occupati totali: +656mila; inattivi: -665mila; disoccupazione: -1,1%; disoccupazione giovanile: -5,9%; produzione industriale: +2,3%; export: +7,4%; bilancia commerciale: +18,3 mld; fiducia consumatori: +13,4%; procedure di infrazione con la Ue: -47; adozione decreti attuativi: +32%.

Per un governo che ha agito in condizioni politiche ed economiche assai difficili, a mio giudizio è un bilancio molto positivo. Difficile ricordare nel passato un analogo slancio innovatore e tante buone riforme in meno di tre anni. Dopo il voto anche critici qualificati del renzismo (Mieli, Ricolfi) hanno cominciato a dirlo. Ma capisco che né l’elenco dei provvedimenti né le cifre provocano particolari brividi di piacere. E una ragione c’è.

E’ che la gente non vota esaltandosi per un piano sull’edilizia scolastica o mandando a memoria i passi avanti nell’arretrato della giustizia civile. Delle grandi riforme non interessano i titoli: si vogliono vedere, e subito, i risultati tangibili. E’ piacevole pagare meno tasse, ma forse sarebbe meglio liberarsi dell’orribile burocrazia che costringe a sborsarle a spizzichi e bocconi. Per le riforme “di civiltà” nessuno ringrazia un governo: nel terzo millennio le si ritiene dovute, scontate. E quanto ai numeri, o si concretizzano nella vita reale della gente, oppure appaiono finti, astratti, propagandistici. Anche se sono fantasmagorici e annunciano cambiamenti epocali.

Pensate, per esempio, al più bizzarro dei paradossi del 4 dicembre. Il Sud ha votato più che massicciamente per il No, anche se il governo sta riversando nel Mezzogiorno un fiume di denari che quasi non conosce eguali nella storia d’Italia. Un Masterplan annunciato a fine 2015 e concretizzato da patti territoriali con tutte le regioni per finanziare aeroporti, ferrovie ad Alta velocità ed elettrificazione di reti secondarie, strade, tangenziali, completamenti di metropolitane, infrastrutture portuali, rigenerazioni urbane, interventi di bonifica ambientale, messa in sicurezza di discariche, parchi archeologici, piattaforme informatiche, il risanamento di Bagnoli, i restauri a Pompei, e così via. 45 interventi strategici in Puglia per 5 miliardi, quasi 6 miliardi per la Sicilia, 3 miliardi per la sola Napoli. Soldi, moltissimi soldi. Lira più lira meno, 95 miliardi di euro (tra fondi strutturali europei, cofinanziamenti nazionali, fondo sviluppo e coesione) a disposizione fino al 2023. Divideteli per i 20 milioni di meridionali: fanno una dote di 4.750 euro a testa. Spalmati da qui al 2023, sono buoni per una sessantina di fritture di pesce all’anno – diciamo una a settimana – per ogni abitante del Sud, compresi neonati e centenari. Mi raccomando un bonus per le transaminasi, De Luca.

Messa così la cosa può far ridere, ma il punto di fondo è serissimo. Non sono e non saranno le risorse statali o comunitarie a cambiare il Sud. I meridionali sanno per esperienza che i soldi pubblici non vengono utilizzati come volano per creare sviluppo, ma per finanziare lavori di dubbia o nessuna utilità.  Che cosa volete che sperino se – è uno dei mille esempi possibili – per il meraviglioso Palazzo Fuga a Napoli sono stati spesi in 15 anni più di 150 milioni di euro per periodici restauri, e ancora nessuno sa che cosa realizzarci dentro? La questione meridionale oggi, amici, non è questione (solo o tanto) di ruberie ma di mancanza di idee, di progettazioni intelligenti, di capitale umano qualificato e, ancora una volta, di mercati che mancano e non si vogliono creare. Perché il controllo sui soldi deve mantenerlo la politica.

Il nostro ha cominciato a capirlo, confessando che, nella campagna referendaria al Sud, “l’approccio è stato un po’ troppo centrato sul notabilato”. Ma non ha detto il resto, e cioè che se distribuisci soldi che non creano sviluppo ma diffondono assistenza attraverso i potentati locali, è comprensibile che i meridionali – che non sono fessi – dicano “grazie tante ma, ora che ce li hai sbandierati davanti, perché mai questi soldi dovremmo farli gestire allo Stato, scippandoli a Regioni e notabili che di assistenza ci fanno campare?”.

Ecco spiegato il paradosso del Sud. Che non ha votato No in quanto povero e socialmente disagiato, come recita la vulgata pigra e ignorante diffusa dai media e dalla politica (la povertà vera in Italia riguarda le periferie delle aree metropolitane, non la provincia meridionale, dove si sopravvive con pensioni di invalidità e molteplici forme di welfare familiare), ma per esprimere una vaga e generica protesta antisistema (il Sud aveva votato No – al 74%! – anche nel 2006, nel referendum sulla riforma costituzionale di Berlusconi) e una concretissima adesione al modello vigente di politiche per il Sud. E’ stato un rotondo No per il mantenimento dello status quo. Un No più o meno consapevolmente conservatore.

(4. Continua)