Sei mesi dopo (2)

Seconda puntata. Non bisognava archiviare in fretta il voto del 4 dicembre, pensando di chiudere una parentesi fastidiosa e ricominciare come se nulla fosse. Qui cerco di dire perché e come, essendo – modestamente – un esperto di sconfitte. 

Trovandomi quasi sempre dalla parte dei perdenti, ho trascorso una vita a fare “analisi del voto”. Non fosse che per evitarsi lo strazio, vi assicuro che è meglio vincere. Anche se, quando accade, spesso il bottino lo butti in un niente dalla finestra: i grandi numeri ti ubriacano, ti fanno sentire invincibile, e finisci per non vederne le casualità, le contraddizioni nascoste, le aporie. Così perdi la volta dopo, chiedendoti attonito che cosa sia mai successo. Torni al punto di partenza, e ti becchi le forche caudine delle “analisi del voto”.

Che poi di norma sbagli, puoi starne certo. Perché la vittoria sarà effimera e illusoria, ma la sconfitta è peggio, direbbe quello. Quando perdi, il dibattito che segue ti porta sempre nella direzione sbagliata. Verso tignosi arroccamenti, pentimenti frettolosi, sogni di immediate rivincite. Mentre interi set di coltelli vengono affilati nel retrobottega del tuo partito, teatro di  feroci scontri interni che a loro volta preparano – of course – nuove, rovinose disfatte.

Per cui, essendo uno di quei naviganti “allenati alla gara e preparati a cadere e a tutto quello che si impara” (Fossati), la sera stessa della sciagura ricordo a me stesso un paio di principi base da adottare, in premessa, dopo una sciagura elettorale. Fai mai che possano tornare utili.

Premessa numero 1: quando si perde, si perde e basta. Non si è soddisfatti “per la grande battaglia”, “per la bella affermazione”, non si “non vince”. Insomma non c’è da accampare scuse: il responso degli elettori va prima di tutto accettato, digerito, metabolizzato. In questo il Commander in Chief dell’armata referendaria non ha eguali: fatto memorabile e inedito per un politico italiano, è uno che ammette le sconfitte. Anzi, pare quasi che nelle sconfitte si esalti: trova le corde e le parole giuste, appare sereno e sollevato. Evidentemente si libera di qualche peso di troppo che ha dentro, ci diciamo in una bella casa di Mergellina – dove seguiamo i risultati nella solita, scelta formazione – vedendolo apparire in Tv poco dopo la mezzanotte del 4 dicembre.  Mette in scena la fotocopia del discorso di quattro anni fa, quando perse le sue prime primarie. Ma è una replica sentita e sincera, con aggiunta obbligata di dimissioni. Anche la formazione di Mergellina replica disappunti e qualche lacrimuccia. Salvo che a sto giro una sottile angoscia si affaccia: questa volta riuscirà a riprendersi? E soprattutto: che ne sarà di noi tutti, visto che ora non ha giocato con Bersani ma con l’Italia intera?

Premessa numero 2: quando si perde, bisogna prendere le misure dell’accaduto. Fare dei bei respiri profondi, allontanarsi dal luoghi mentali e fisici del delitto, ritagliarsi spazio per riflettere. Qualunque risposta immediata che non sia un rispettoso silenzio nei confronti di chi ha decretato la sconfitta, risulta inefficace e controproducente. A maggior ragione quando la sconfitta è inattesa, almeno nelle dimensioni che assume.

Qui il nostro appare meno attrezzato, diciamo la verità. Vedendolo in azione da anni, rimanda l’impressione di un uomo ambizioso e determinato, ma roso dall’ansia di una perenne prestazione che non può prevedere rallentamenti e pause. (Come se avesse una paura ancestrale del vuoto: di qui una certa inquietudine che genera negli altri). Naturalmente, aprendo lo sguardo all’esterno, è difficile dargli torto. La globalizzazione chiede velocità, far entrare l’Italia nel Gran Premio del mondo contemporaneo era (è e continuerà ad essere) la sfida vera. Ora, però, la sosta ai box del 4 dicembre non ammette repliche e non consente recuperi immediati. Impone una messa a punto del motore, della carrozzeria e della strategia di corsa. Perché questa gara è persa. Si tratta di immaginare la prossima, ma mettendo tempo tra lui e la rivincita (che poi, a viverla come rivincita, sarebbe certamente una riperdita. La verità è che dovrà prepararsi per un altro circuito, al momento inedito, sconosciuto).

Dunque i principi inderogabili sono: non sottovalutare, non avere fretta. Ogni cura per il dopo-sconfitta discende da questi concetti-chiave.

Per fare un esempio, sarà ovviamente necessario interrogarsi sugli errori commessi nella campagna, strategici o tattici che siano.  Ma, nella fattispecie, troverei ridicolo pensare che, senza la cosiddetta “personalizzazione” o parlando meno di casta e più di Titolo V, il nostro si sarebbe evitato  la valanga dei 19 milioni di No. Ecco, questo sarebbe un classico esempio di sottovalutazione del voto, che invece ha – a mio avviso – origini e motivazioni ben più profonde.

Per farne un altro di esempio, se – per la fretta di dare risposte – il nostro decidesse di cambiare repentinamente strategia e comportamenti dal giorno dopo, la sua credibilità non se ne gioverebbe, almeno a breve: la traversata nel deserto della sconfitta non prevede scorciatoie. Così come se, preso da isterica concitazione, cominciasse a prendersela non solo con gli elettori (mai farlo: corollario della premessa numero 1), ma con gli avversari, apparirebbe a urne chiuse un inutile e isterico fallo di reazione a chi ti ha fatto tunnel. Per non dire quanto  sarebbe di dubbio gusto affermare “adesso ve la piangete voi vincitori” (ops, la sera del 4 l’ha detto): magari comprensibile, ma proprio da frustrati, diciamocelo. Errori evitabili, tutti figli della fretta.

E allora? Velardi, basta fumisterie metodologiche, entra nel merito e raccontacele tu le ragioni della sconfitta. D’accordo, ci provo. Però consentitemi di partire prendendola alla larga.

Intanto, ironia della sorte, dopo qualche giorno è Enrico Letta a dare il giudizio più appropriato sul 4 dicembre, con serenità (!!!) e distacco professorale. “Agli inizi del 2016, se ci avessero detto della Brexit, di Trump e della crisi di governo in Italia, nessuno ci avrebbe creduto. Sarebbe stato più facile scommettere sulla vittoria del Leicester di Ranieri nel campionato inglese… quanto accaduto nel mondo… ha scosso i fondamenti della democrazia rappresentativa”.

Provate a dargli torto. Al netto delle differenze tra gli eventi – che sono tante – è comunque un fatto che il referendum italiano si è collocato nella scia degli altri due “scossoni tellurici” (sempre Letta) globali. Di certo non è stato un evento provinciale; e forse, detto con il senno del poi, qualcosa si poteva intuire. Che la rivolta dei popoli contro le élites fosse un fenomeno mondiale, che qualunque argomento sottoposto ad un referendum diventasse l’occasione per un pronunciamento contro i governi, che in Europa il fuoco sotto la cenere fosse tanto (e quanto ne vedremo scoppiettare nel 2017, tra Francia, Germania, Olanda…), era abbastanza chiaro già prima del 4 dicembre.

Ma il nostro eroe non ha intuito, e neppure immaginato. O forse sì, ma, una volta avviata la corsa, non è stato in grado di (o non ha voluto) deviare il treno referendario su un altro binario. Proviamo a capire perché, sforzandoci di essere oggettivi.

Per cominciare va detto che la riforma costituzionale italiana era diventata da tempo uno snodo importante dell’agenda europea, e non per ragioni estetiche. Il progetto era il piatto forte di quell’insieme di riforme che il governo aveva impugnato come arma fine mondo per guadagnare credito (e risorse) presso i partner e le istituzioni comunitarie. Operazione peraltro riuscita: impossibile quindi derubricarla a mera vicenda nazionale.

Per la stessa ragione, essendo le riforme il nocciolo duro del governo nato nel febbraio 2014, impossibile anche depotenziarne le conseguenze politiche in patria.

All’inizio del lungo calvario referendario, qualcuno si era spinto a dire che il capo del governo non avrebbe dovuto promuovere il referendum: avesse ascoltato il consiglio, la campagna l’avrebbero fatta dall’inizio gli avversari, la sua corsa sarebbe partita in salita e finita peggio.

Successivamente, in parecchi lo hanno pregato di depoliticizzare l’appuntamento, per evitare il plebiscito sulla persona. Richiesta astratta e velleitaria (spesso capziosa), se solo qualcuno avesse avuto voglia di ragionare un attimo sui precedenti (nel 2006 si votò sulla riforma di Berlusconi o contro Berlusconi?) oltre che sull’obiettiva, bulimica centralità politico-comunicativa del fiorentino.

A conti fatti, i primi, i secondi e tutti gli altri (generalmente in malafede) hanno sostenuto, lungo l’intera campagna, che non avrebbe dovuto legare le sorti del governo al voto, che avrebbe dovuto rimanere attaccato alla seggiola anche in caso di sconfitta. Un coro greco di ipocriti formato dagli stessi costituzionalisti affranti per la deriva democratica da lui imposta, dagli editorialisti afflitti dall’eventualità di un vuoto di potere e dai suoi oppositori politici più fieri. Memorabile l’uscita di Bersani, se non sbaglio suo collega di partito: “Può anche restare a Palazzo Chigi, magari un po’ acciaccatino”. Tutti insieme hanno poi brindato, la sera del 4, al momento delle dimissioni.

(2. Continua)