I confini dell’equilibrismo terzista

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Definire i leader del No un'”accozzaglia” equivale a dire “quelli del Sì sono dei serial killer, uccidono il futuro dei nostri figli”. Il “ciaone” di qualche mese fa è infame quanto la vignetta sulle cosce della Boschi. Il Sì e il No si equivalgono, perché “nessuno discute del merito”, e se qualcuno cerca di farlo gli si dice “ci dispiace, non possiamo perché hai personalizzato”.

Di notte (e di giorno) tutti i gatti sono bigi per una certa Italia eternamente cerchiobottista, fatta di brillanti filosofi possibilmente agés e con la barba, di opinionisti celebri a se stessi, di notisti politici che lavorano con il contapassi del Transatlantico più che con il cervello, di editorialisti del Corriere che non si chiamano Panebianco. Basta che si manifesti l’occasione di una scelta, di una scelta qualunque, che subito la gran parte dei nostri maitres à penser alle vongole riesce a collocarsi con raffinata naturalezza nella posizione più comoda e vile: la Terza Posizione, una collinetta con vista dalla quale i contendenti possono essere cecchinati con non chalance e senza sporcarsi le unghie. Posizionamento da artisti per future collocazioni nelle loro invendute gazzette.

Posizionamento che cresce e si diffonde a pochi giorni dal voto. Ora è il momento giusto per prendere il coraggio a quattro mani, e strapparsi le vesti per una campagna “rissosa e senza argomenti”, per uno “scontro pregiudiziale tra schieramenti”, e soprattutto contro la “divisione del paese”, espressione da pronunciare – mi raccomando – con dolente lacrimuccia annessa. In attesa degli editoriali del 4 dicembre mattina, che saranno stampati in fotocopia: “Abbiamo assistito alla campagna più brutta, violenta e senza contenuti della nostra storia repubblicana”.

Ma ci sarà mai una linea di confine di questo penoso immoralismo terzista? Per esempio, le parole di Alessandro Pace, presidente dei comitati del No, costituzionalista e forse pure emerito (“Faremo ricorso se il Sì vince con il voto degli italiani all’estero”) sono da considerare della stessa gravità di una delle quotidiane battute di Renzi? Oppure si può sperare che domani qualche anima bella dica che questo signore ha oltrepassato – lui, non altri – il limite della decenza?