E ora la realtà

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Ora è venuto il momento di cambiare marcia, amici del sì. Per mesi abbiamo studiato, ristudiato e compulsato la riforma. Ci siamo abboffati di artt. 70 e 117: ormai siamo tutti dei discreti costituzionalisti. I professori, poveri, hanno esaurito i ricorsi a disposizione. Del combinato disposto, finalmente, non si parla più: l’oggetto del contendere – la riforma della Costituzione – è chiaro. Quanto agli schieramenti in campo, li vedete plasticamente: o quelli di prima o il futuro. Come le opzioni in ballo: cambiare o lasciare le cose come stanno. I dibattiti Tv proseguiranno, ma l’essenziale l’abbiamo visto. Dei giornali possiamo fregarcene. Non sono annunciate prossime direzioni del Pd. La Leopolda c’è stata, con soddisfazione dei più. E’ stato eletto Trump, e ce ne faremo una ragione. Tra un po’ anche i sondaggi ufficiali non ci allieteranno più le giornate. Avremo quelli clandestini – e sarà una dura guerra di nervi e cifre farlocche – oltre ai personali fondi di caffè di D’Alema, che ieri ha sentenziato: “Il Sì sarà travolto” (e questo è – ammetterete – un buon viatico…). Dunque ora non resta che fare la campagna.

Parlo però della campagna vera. Quella che si fa uscendo dal web, dai talkshow, dai giornali, dai salotti autoreferenziali, dalle discussioni accademiche, dalle dispute sui commi della riforma, dalle manifestazioni di partito. E’ il momento di passare al corpo a corpo. E’ il momento di passare dal virtuale al reale.

Nessun equivoco. Il web va presidiato: non bisogna lasciarlo ai leoni da tastiera e agli haters, vanno contrastate mistificazioni e bufale. Ma non possiamo passarci le nostre giornate, pensare di esaurire in rete la nostra militanza. Così come non voglio negarvi il piacere masochistico del talkshow serale, con annesso scambio compulsivo di tweet. O la lettura dei giornali, se proprio non avete di meglio da fare. O una corposa manifestazione, dove bearvi della condivisione con altra bella gente delle vostre convinzioni.

Ma il punto di fondo, da qui al 4 dicembre, è un altro. E’ uno e uno solo: parlare con gli altri, con la gente comune, con quelli che non conosciamo, che incontriamo per caso. Avviare una chiacchiera con le persone che incrociamo in ufficio, al bar, nella metro, al mercato e spostare con intelligenza e misura il discorso sul referendum. Capendo sempre chi abbiamo di fronte e modulando l’approccio. Scegliendo i temi da sollevare guardando in faccia l’interlocutore e cercando di intuire i punti di attacco più efficaci. Mai apparendo come dei crociati fanatici e ossessionati. Mostrandoci sempre come persone serene e ragionevoli, aperte all’interlocuzione e al dialogo.

Ieri ho detto in un tweet che mi piacerebbe vedervi tutti per strada con una spilletta del Sì attaccata al bavero o alla borsa, pronti e disponibili a discutere con chiunque delle nostre ragioni. Facciamolo, nei prossimi 23 giorni, superando ritrosie e timidezze, uscendo dalle catacombe dei dibattiti e dalla lente deformata del web. L’esito del voto sarà quello giusto se i militanti del Sì si mostreranno a tutti come persone in carne e ossa che vanno incontro al futuro con serenità e fiducia.