Uno contro tutti

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Con la netta presa di posizione di Berlusconi per il No e l’ennesima, violenta esternazione di Bersani, si definiscono i contorni degli  eserciti in campo: contro la riforma ci sono, in sostanza, tutti i politici italiani. Dall’altra parte c’è Matteo Renzi. Ed è curioso, forse emblematico, che la certificazione avvenga proprio il giorno d’inizio della Leopolda, dove in fondo tutto cominciò sette anni fa. Di nuovo, come allora, uno contro tutti.

Ma com’è, giocare uno contro tutti? La prima sensazione – immagino, mettendomi nei panni dell’uno – deve essere di sgomento.  Come posso farcela, se sono tutti dall’altra parte? Come rispondere al bombardamento quotidiano che mi arriverà da tutti i fronti? Mettendo al centro quali temi? Quali e dove sono le debolezze del nemico? E soprattutto: come costruire una strategia senza alleanze, senza amici, insomma senza nessuno che mi dia una mano? Roba da non dormirci la notte.

Poi, siccome la guerra c’è e arrendersi significa morire, il combattente pensa alla prima, forse unica mossa possibile contro il nemico. Che è tanto grosso quanto elefantiaco, stanco e goffo nei movimenti. Il problema è scavalcare le linee avversarie. Aggirare gli eserciti organizzati. Muoversi nella terra di nessuno. Trovare una sponda nella gente comune stanca delle guerre e degli eserciti che le fomentano. E prendere così il nemico alle spalle.

Facile a dirsi. Può riuscire se hai un gran coraggio e una ancora più grande incoscienza, se parli il linguaggio della verità alla gente stanca delle guerre, se ti presenti per quello che sei, per quello che hai fatto e soprattutto per quello che vuoi fare. La chiave è sempre questa: esporsi, mettersi in gioco. Fai questa semplice mossa e puoi vincere, uno contro tutti.

E se perdi, uno contro tutti? Beh, intanto ci hai provato. Certo non hai fatto brutta figura. E – visto che sei solo ma libero – sicuramente puoi ricominciare, questo è il bello.