Una discussione surreale (e sono addetti ai lavori…)

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Dobbiamo ancora parlare dei sondaggi elettorali? Del loro dimostrato, continuo fallimento? E del perché falliscono sempre (base limitata e fallace dei sondati, scarsa credibilità dello strumento, poche risorse a disposizione, imperizia tecnica di chi li somministra)? Basta scorrere i giornali nei giorni successivi ad una qualunque elezione degli ultimi 15 anni per avere prove inconfutabili e definitive della morte di questo tipo di indagini.

Eppure, esattamente all’avvicinarsi di una nuova prova elettorale, tutti tornano a compulsare e soprattutto a diffondere sondaggi. E una ragione c’è. Sono diventati strumenti di marketing. Puri strumenti di marketing. Servono a generare l’idea che uno schieramento sta vincendo, contando poi sul cosiddetto effetto bandwagon, per il quale la gente va a votare per quella che ritiene essere l’opinione della maggioranza. Che è però solo uno dei sentimenti – diversi e anche opposti (l’underdog, il lethargy, la spirale del silenzio, la profezia che si autoavvera, etc…) – che si agitano nell’opinione pubblica alla vigilia di un voto. Fenomeni più sofisticati e che agiscono più in profondità dell’antico, banale e stranoto carro del vincitore.

E comunque, passi pure che i tifosi si gasino leggendo gli zero virgola dei sondaggi e li usino come clave. Ma quando sono dei professionisti dell’informazione e un economista ad esercitarsi nella surreale commediola riportata in basso, capirete che un attimo di sconforto può sopraggiungere.

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