Sud, territori e democrazia

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Dopo 30 anni torno ieri sera a Casoria per un dibattito sul referendum, a combattere con il mio amico Massimo Villone che difende il No. I presenti sono divisi grosso modo in due fette, anzi tre: una metà di ex-Pci divisi equamente tra Sì e No (esattamente come erano divisi 30 anni fa tra riformisti e duri e puri), l’altra metà di nativi (non all’anagrafe…) Pd, più schierati con il Sì. Provoco bonariamente tutti, confessando che non riesco a prendere molto sul serio la discussione sul voto quando entra nei mille tecnicismi e nelle previsioni su “quello che accadrà se”: cose su cui è scolastico e inutile almanaccare. Il punto è piuttosto capire come ognuno di noi sceglie di vivere questo passaggio, se investendo e rischiando sul futuro, oppure arroccandosi a difesa di antiche certezze sempre più vacillanti. Anzi palesemente morte, inservibili coperte di Linus.

Villone fa la parte del professore, come è giusto che sia, poi però cerca l’affondo su un tema che più politico non si può: con la riforma i territori non conteranno più niente, le decisioni saranno prese centralmente, in barba a partecipazione, democrazia, protagonismo dal basso. Avverto che quest’argomento fa una certa presa e penso a come replicare. Giustificare, spiegare, raccontare il bello e il buono dei referendum propositivi, della semplificazione e del nuovo titolo V? Oppure dire la verità, ma quella vera?

Opto per la seconda strada, con qualche incertezza. Non so come sarà presa la mia filippica su globalizzazione, fine degli Stati-nazione, necessità di leadership e di capacità di decisione per tornare competitivi. Scelgo il tono più dolce che mi riesce (ehm…), e poi faccio ricorso all’esempio più concreto che mi viene in mente. Siamo a Casoria, nell’hinterland napoletano, a pochi chilometri dalla cosiddetta “terra dei fuochi”. Parlo di monnezza, caso limite e tipico di una democrazia che non decide e si piega a quella sciagurata sindrome Nimby di cui siamo succubi. Niente sotto casa mia. Niente termovalorizzatori, perché devono decidere i territori, che non li vogliono. Di conseguenza niente soldi, perché li spendiamo per portare i rifiuti in Olanda, in Portogallo e in Lombardia, dove con i rifiuti creano ricchezza. E niente lavoro, visto che i soldi li buttiamo felicemente dalla finestra, invece di destinarli allo sviluppo. Così come – mi allargo – niente Tap in Puglia perché devono decidere i territori. E quindi niente gas. Niente petrolio in Basilicata, perché devono decidere i territori. Quindi: niente ricchezza, niente sviluppo, niente lavoro. E così via. “Fecero un deserto e lo chiamarono Mezzogiorno”, direbbe Tacito se ascoltasse le voci dei mille No che risuonano in omaggio alla democrazia dei territori, quasi sempre sostenuta e fomentata da politici locali demagoghi e vili.

Concludo, e dal calore dei saluti finali ho l’impressione che la filippica abbia funzionato, che per molti sia stata liberatoria (“Finalmente uno che è venuto a dirci come stanno le cose…”). Gli altri accusano il colpo. Ma gli abbracci tra i reduci si sprecano. Alla prossima, vecchia Casoria.

Non so quanto valga l’esempio, ma da ieri sera penso più di prima che nella campagna referendaria al Sud non bisogna indorare la pillola. Agli elettori bisogna dire la verità sulle ragioni di fondo di una riforma che, in tanti campi concreti, può rendere finalmente possibili decisioni effettive e rapide. Fiduciosi che, anche al Sud, la gente capirà.

PS. Ragazzi, oggi è il mio compleanno. Sono inondato di mail e sms, di messaggi su Fb, Twitter, Watsapp, Messenger, etc… Non posso ringraziarvi tutti uno ad uno. Lo faccio qui, scusandomi con chi non mi leggerà (peggio per loro…). Grazie davvero.