Cuperlo

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Nessuno mi faceva ridere come lui. Era – parlo di venti anni fa, quando lavoravamo insieme – di un umorismo freddo, irresistibile. Una maschera alla Buster Keaton, il racconto paradossale, tempi teatrali, battute al momento giusto. Anche scritte: ci mandavamo pizzini durante le riunioni, i suoi erano surreali e feroci.

Leggeva libri: anche di quei tempi una rarità, nell’ambiente che frequentavamo. Narrativa un po’ retro o di battaglia (gialli, noir, pulp), e ogni tanto mi consigliava scrittori interessanti (devo a lui, che so, la scoperta di Winslow); saggistica un po’ polverosa, perché non andava al di là dei confini ideologici che si imponeva.

Poi era “quello che lavora”, diceva il nostro capufficio. Uscivamo dalle riunioni di staff, io distribuivo compiti evitando accuratamente di prendermene, lui si sedeva ordinato e buttava giù quintali di parole che io limavo di brutto e il simpaticone che ci guidava a stento degnava di uno sguardo.

Quando capitava – raramente – di affrontare discussioni serie, tra noi venivano fuori diversità più culturali che politiche. Antropologiche, a usare una parola grossa, visto che lui veniva da Trieste e io da Napoli. E che, per dirla con Umberto Saba, “Trieste è, per così dire, l’antinapoli, dove (intendiamo a Napoli) i nervi si distendono e le complicazioni della vita appaiono meno tragiche”.

Ora Gianni – in questi giorni nelle vesti dilaniate del mediatore di bottega, alle prese con un ruolo politico che non è il suo – dovrebbe ripensare alle parole di Saba, dismettere il volto compunto e ipocrita della tragedia, iniettarsi un po’ di buonsenso, tornare a ridere. Non c’è Sturm und Drang nella ridicola melina della minoranza Pd, ma solo piccole convenienze personali di piccoli e vecchi apparati. Li abbandoni al loro destino, si metta finalmente a capo della sinistra poetica del partito e accompagni il ruvido capo del Pd in questi 40 giorni di battaglia. Comunque vada, per lui ci sarà spazio e rispetto.