Il Sì cresce. Ma attenzione, è presto

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Oggi quasi tutti i sondaggisti danno in rimonta il sì. Su Repubblica Demopolis lo colloca addirittura in vantaggio (51 a 49), per Ipr è ad un’incollatura (48,5 a 51,5). Altri (Amadori 48 a 52, Ghisleri 47,5 a 52,5) lo vedono comunque in crescita sulle passate rilevazioni. Solo Piepoli registra distanze più o meno inalterate (46 a 54).

Attenzione però, cari amici del sì. Grande attenzione. Intanto sappiamo quanto i sondaggi siano inaffidabili, per mille ragioni. Innanzitutto, alle indagini rispondono mediamente 1-2 italiani su 10. Per avere grosso modo 1000 sondati ne devi sentire 10mila: 9mila ti mandano a quel paese. Per questo decisivo e indiscutibile motivo i sondaggi non hanno alcuna evidenza scientifica. Possono, sì, riflettere delle tendenze. Ma solo quando costruiscono una coerente e significativa serie storica. Cioè, se per tre-quattro settimane di seguito, il sì cresce nelle stime, si può immaginare che il trend sia fondato. Non che siano fondate le cifre, ma la direzione di marcia. E poi ricordate che i sondaggi sono sempre più spesso puri strumenti di marketing. Quando ne leggete uno, chiedetevi sempre chi l’ha pagato e perché. Dato che a gratis un sondaggio nessuno ve lo fa.

Con queste premesse (scarsa profondità delle ricerche, volatilità, uso strumentale etc…) diciamo che una tendenza intercettata nei sondaggi può essere generosamente interpretata come l’aria che tira: un venticello impalpabile che soffia in un pezzo informato dell’opinione pubblica e in uno strato alto dell’atmosfera politico-mediatica, composto da quel milieu di giornalisti, commentatori, opinionisti, consulenti, politici, addetti ai lavori che si dà la voce con ripetuta autoreferenzialità, rimbalzando su un giro poco più largo. Un giro del cui fiuto è il caso di sospettare assai.

Che vi possa essere un trend positivo del sì, dopo le montagne russe dei mesi scorsi (prima il gran vantaggio, poi il crollo), è possibile: l’opinione pubblica funziona a ondate successive, e sempre più rapide e contraddittorie. Che la diffusione di questi “dati” possa contribuire a creare ulteriori flussi favorevoli (il famoso effetto bandwagon) ci sta. Ma è bene ricordare l’ovvio: la “società di sotto”, la maggioranza silenziosa, la pancia dell’Italia, quella non risponde ai sondaggi e al momento non sappiamo neppure lontanamente cosa farà. Perché non ha deciso, non è informata, si occupa (giustamente) della vita di tutti i giorni, sceglierà solo quando dovrà. Probabilmente quando uscirà di casa per andare ai seggi.

Più seria e interessante è invece la ricerca di Pagnoncelli sul Corriere della Sera, che continua a vedere distanze rilevanti tra sì e no (46 a 54), ma soprattutto mette a fuoco la composizione degli elettorati. Qui leggiamo dati più attendibili. Sono in maggioranza per il sì i laureati, il Nord-Ovest e il Centro-Nord, gli ultrasessantaciquenni. Il No prevale nel Nord-Est e al Centro-Sud, nella fascia di età tra i 35 e i 49 anni, tra i più giovani, tra i meno scolarizzati. Questa indagine dà anche indicazioni concrete, perché dice quali sono le aree in cui concentrarsi. Il sì, come è chiaro, deve cominciare (cominciare, perché al momento non la sta facendo) la campagna al Sud, deve penetrare negli strati della popolazione meno acculturati e distanti, e parlare, con i linguaggi giusti, alle nuove generazioni.

Al lavoro, dunque. E nessuna illusione. (Ricordando peraltro che è presto, molto presto, e l’onda buona  – che c’è  – può tranquillamente cambiare direzione).