Fiducia vs depressione

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Dico la mia sulla campagna referendaria, stamattina sull’Unità.

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Parlando di racconto del prossimo referendum (di storytelling, come si dice da un po’), l’altro ieri sul Foglio Claudio Giunta ha sostenuto che il finale è già scritto. Vincerà il no, che ha una Causa sufficientemente nobile e generica (la salvezza della democrazia) sulla quale far leva per mobilitare gli elettori stanchi. Al contrario del sì, che ha a disposizione argomenti grigi e prosaici (procedure legislative, aggiustamenti, riscritture, etc…), oggettivamente meno trainanti e fascinosi. E dunque il risultato è segnato: perché tanto è eroica e motivante la missione del no, quanto ordinaria e burocratica è quella del sì.

Ora, ci sarebbe parecchio da dire sull’approccio al tema e sulla conclusione di Giunta. Ma forse è meglio cogliere l’occasione per chiedersi se effettivamente non vi sia, al momento, un problema di narrazione, di svolgimento e di trama della campagna del sì. Cose di cui parlare tranquillamente, perché in 50 e passa giorni c’è tutto il tempo per dispiegare al meglio un bellissimo racconto.

Diciamo la verità: quando fu concepita, agli inizi del 2014, l’idea della riforma della Costituzione conquistò abbastanza presto il vento in poppa, sull’onda dei tanti eventi che la motivavano con forza (esito del voto del 2013, discorso di rielezione di Napolitano, accordo con una parte dell’opposizione, nuovo governo Renzi). Il vento a favore continuò a soffiare anche dopo le dimissioni di Napolitano, l’elezione di Mattarella e – magari più flebilmente – dopo la rottura dell’intesa con il centrodestra. La riscrittura della Carta continuava ad apparire non solo necessaria, ma utile e coerente con l’avvio di promettenti cambiamenti economico-sociali.

Le cose si sono progressivamente complicate quando la grande tempesta antiglobalizzazione che sta agitando il mondo (con le sue ricadute di paure, protezionismi e chiusure) ha gettato nel panico un’Europa già di suo pavida e priva di progetto. A quel punto il messaggio innovativo della riforma costituzionale italiana è apparso isolato e in controtendenza rispetto ai venti dominanti (se ci pensate, è esattamente quello che ha detto ieri Bersani a Staino: dove volete andare, con l’aria che tira…).

Ma allora, dico ai miei amici del sì, come si risponde a questo cambiamento di clima? Mettendo scolasticamente in fila i buoni contenuti della riforma (semplificazioni, razionalizzazioni, velocizzazioni)? D’accordo, ma non basta. Elencando (un po’ grilleggiando) i tagli dei costi della politica e di politici? Ne dubito. Disquisendo ancora di “combinati disposti” nei dibattiti cifrati del Nazareno? Non sia mai: dovesse durare ancora un po’ questa manfrina, comincerei a preoccuparmi sul serio.

No. Per affrontare e vincere una grande battaglia che va in “direzione ostinata e contraria”, bisogna dare respiro alla manovra, per dirla calcisticamente, e cioè: a) rimotivare la riforma proprio a partire dalla realtà globale nella quale siamo immersi; b) mostrare la profondità del suo percorso storico-politico.

a) Una scossa alle istituzioni italiane è necessaria perché il mondo è bello, corre e continuerà a farlo: non saranno gli untorelli del catastrofismo a fermarlo. Se vogliamo non dico riagganciare la sua parte più avanzata ma tentare di farlo, il rinnovamento delle nostre istituzioni risulta imprescindibile. Per il nostro studente che frequenta il mondo, per le nostre aziende. E – certo – per la credibilità internazionale dell’Italia.  

b) L’esigenza della riforma non è nata con Renzi. E’ da decenni che ci si lavora. Troppo lentamente? D’accordo, ma ora ci siamo arrivati. Non malgrado, ma anche grazie al lavoro e alle elaborazioni di 30 anni, la riforma della Costituzione può diventare per tutti un momento di svolta e di altissimo valore simbolico, come i due referendum che  hanno fatto nascere la Repubblica (1946) e ne hanno segnato la modernizzazione (1974).

Infine. Ogni racconto – dicono i sacri testi – ha bisogno di un eroe. In questa storia, a proposito dello stupido dibattito sulla personalizzazione, l’eroe non è Matteo Renzi. L’eroe è il cittadino che vuole dare un segnale positivo a se stesso, più che all’Europa o al mondo. Preoccupato, consapevole delle difficoltà, è un italiano che, con tenacia e volontà, esce di casa e investe sul domani, finanche con un margine di rischio (come andrà dopo? Vedremo: sperimenteremo, ci misureremo, ci valuteremo…). Vivendo quel pizzico di misurata gioia che solo il futuro sa regalarci: si tratti di noi, dell’avvenire dei nostri figli o del pezzo di mondo che abitiamo.

Ed il nemico non è Grillo, tantomeno Bersani. E’ piuttosto la depressione, malattia mortale per i singoli, a maggior ragione per una nazione. Quando ci si chiede cosa accadrà il 5 dicembre se vince il no, la risposta è: niente. A pensarci solo un attimo, non c’è risposta più avvilente e preoccupante, proprio per quella democrazia da “salvare”. La democrazia è tale perché, e solo in quanto, capace di rinnovarsi: in caso contrario muore.

Per questo il film che stiamo tutti girando in presa diretta ha per me ha un titolo chiaro: fiducia contro depressione. Raccontata così, la sfida del 4 dicembre si può vincere. E anche bene.