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Negli ultimi 3 anni l’Italia balza dal 45° al 14° posto nella classifica mondiale di attrazione degli investimenti esteri, secondo uno studio presentato l’altro ieri a Cernobbio da Enrico Giovannini e Ferruccio De Bortoli, due signori che certo non si possono considerare amici dell’attuale governo e del suo capo. Che cos’è l’attrattività di un paese? Risposta semplice, basta che pensiate alla vostra vita di ogni giorno. Dove andate ad acquistare un gelato o un vestito? In un negozio dove ritenete di trovare prodotti migliori, se possibile con un buon rapporto qualità-prezzo. Perché scegliete una banca o un’assicurazione piuttosto che un’altra? Perché offre servizi convenienti, uffici funzionanti, procedure snelle e tempi rapidi. Bene. Estendete questi principi di puro buon senso ad una nazione. Se ho soldi da investire o un’impresa da avviare nel mitico mercato globale, dov’è che sceglierò di andare? E’ evidente: in un paese dove penso mi convenga farlo, che ispira un certo grado di fiducia e garantisce adeguati standard di affidabilità.

Il dettaglio dello studio è qui, se volete approfondire, anche se a persone normali basta scorrere la tabella per commentare un secondo dopo: deo gratias, il mio paese sta in tutta evidenza migliorando agli occhi del mondo; se la gente verrà qui ad investire, le cose andranno meglio per tutti. E sempre le persone normali potranno serenamente concludere: vuol dire che questo paese è governato abbastanza bene, forse è il caso di tenerci chi lo sta guidando, senza affidarci a qualche sfasciacarrozze di passaggio. Perché, in fondo, non c’è bisogno di essere dei premi Nobel per capire che più un paese attrae investimenti, più cresce la sua ricchezza, più speranze possiamo nutrire tutti noi nel futuro.

Ma allora questo salto di 30 posizioni (ripeto, 30) nella classifica dell’attrattività  vuol dire che abbiamo risolto quei ben noti problemi nazionali che tanto ci angosciano (funzionamento della PA, tassazione abnorme, carenze infrastrutturali), chiede il criticone che è in tutti noi? Certo che no, come ribadisce lo stesso studio. Ma qui vengo al punto che mi interessa, amici miei. Se è cambiata l’immagine dell’Italia – mentre i cantieri delle grandi riforme sono ancora aperti, a volte incerti o non completati – è perché intanto la politica di Matteo Renzi sta avendo successo, e proprio negli aspetti che gli vengono più criticati: gli eccessi comunicativi, gli ossessivi richiami all’ottimismo, gli annunci continui, le slides che semplificano, etc… Insomma ha sfondato la sua politica di marketing, quella che fa storcere il naso a professori, intellettuali, esperti, commentatori, editorialisti, soloni on e offline. E che invece è l’essenza della politica moderna. Nel mondo globalizzato, se un territorio attrae vince. In caso contrario l’emarginazione è sicura.