Forza Italia

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Mi scrive un amico, proprio stamattina: “… comunque mi sta venendo voglia di dedicarmi al progetto di cui mi hai parlato l’altro giorno. Alla fine se uno non rischia adesso, quando cazzo lo fa? E’ il rischio di impresa che tanto elogiamo, uno deve pure saperlo vivere in prima persona”. Io lo ringrazio, gli dico che ci divertiremo e penso che in fondo il suo sms è l’unica bella risposta al diluvio di dati analisi previsioni scenari che ci regaliamo ogni giorno, traendone riflessioni alate e vaghe esortazioni, riempiendoci la bocca di occorre e bisognerebbe, alla fine rafforzandoci tutti in una sola, silenziosa e condivisa convinzione: che non ce la faremo, non ce la possiamo fare. E quindi è bene stare fermi, non rischiare.

E’ una convinzione impalpabile e rocciosa, scritta in un destino che ci appare più grande di noi (la globalizzazione che non si governa, la fine del primato dell’Occidente e così via), alimentata da quotidiani messaggi allarmistico/depressivi, rafforzata dalla contrapposte propagande governative e mediatiche,  semplificatorie e consolatorie. Entrambe fuori dalla realtà, perché raccontano un mondo impacchettato secondo convenienza, e mettono in scena dei copioni in cui non c’è mai spazio per l’imprevisto. Cui tutti noi non facciamo che adeguarci, seguendo il corso, schierati da una parte o dall’altra. Prendendo posizione, purché sia ben protetta dal fuoco di sbarramento di uno degli eserciti insultanti. Ormai non ci assumiamo neppure la responsabilità di una parola fuori posto su un social. Figuriamoci di un gesto, di un atto. Quando sentiamo dire “ha fatto una scelta coraggiosa”, è perché un nostro conoscente se ne è andato dal lavoro con lo scivolo o ha cambiato casa e quartiere a 50 anni.

Non rischiamo più, in sostanza. Non rischia il governante ricattato dai sondaggi e dai voti. Non rischia l’elettore, preferendo di norma i demagoghi a qualche brandello di verità. Non rischia l’imprenditore in attesa del prossimo incentivo; né il lavoratore, ché tanto c’è la CIG. Non rischia il funzionario pubblico, che non mette una firma neanche sotto tortura. Non rischia l’insegnante, se deve allontanarsi da casa per esercitare la sua missione. Non rischia lo studente, che preferisce ammassarsi in un’Università dequalificata piuttosto che provare la gioia vitale della competizione. Non rischiano i professionisti, all’ombra degli Ordini che proliferano invece che scomparire. Dalle nostre parti non rischiano neppure gli investitori, che pretendono di essere chiamati risparmiatori. Non rischiamo, e siamo bravissimi ad accampare diritti: il che – se ci pensate solo un attimo – è l’esatto contrario del darsi da fare, del battersi per immaginare e conquistare spazi nuovi. I diritti come eutanasia collettiva, altro che traguardi di civiltà.

Ma come può pretendere di crescere, una società in cui nessuno rischia? In cui ognuno subordina il proprio minimo, limitatissimo azzardo ad una sinecura, ad una scialuppa di salvataggio, alla protezione di qualcun altro (di una religione, di una legge, di un governo, di un partito, di un sindacato)? Infatti non cresciamo, o cresciamo lo zero virgola. E non c’è – e non ci sarà – jobs act che tenga. Non basteranno riforme della PA e della Costituzione, spese tagliate o tasse diminuite. Cresceremo solo se saremo capaci di rimetterci in gioco, senza aspettare che sia un governo a chiedercelo. Di riscoprire – ognuno di noi, singoli individui – l’ebbrezza dell’incerto, dell’inedito, del piccolo vuoto d’aria. Che poi si chiama futuro, né più né meno.