Però no kamikaze

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Ho capito: l’idea della strategia win-win di Renzi vi piace, a giudicare dal consenso in rete. Si vince o si perde. Se si vince si cambia, se si perde si continua a combattere per vincere la prossima volta (quando non si sa). Procediamo pure. Indossiamo gli elmetti.

Però forse qualcuno ha equivocato. A me non va di combattere una battaglia a perdere. Non ho nessuna vocazione al martirio o al sacrificio: le morti eroiche non fanno per me. Per cui vorrei chiedere a chi di dovere uno sforzo vero, un impegno intelligente per non perderlo, il prossimo referendum. Penso che sia ancora possibile farcela, ma a queste condizioni:

  1. Non facciamo del referendum l’ultima spiaggia per l’Italia. Oggi il Financial Times e Bloomberg predicono sfracelli se non passerà; qualche giorno fa Confindustria – in modo abbastanza grottesco – ha immaginato Pil che crollano e rating a picco in caso di vittoria del no. Questi messaggi apocalittici sono sbagliati, per più motivi:
    • perché la gente non si fida dei politici, ma non si fida cento volte di più della finanza (e di chi presume ci sia dietro, vero o falso che sia) o degli industriali;
    • perché tutti pensano che le previsioni non ci prendono mai;
    • e comunque la gente pensa di suo che le cose vanno male ora. Non ne sposti l’opinione se disegni un futuro ancora più fosco;
    • anzi la indispettisci, ne radicalizzi i sentimenti oppositivi e antisistema.
  2. A maggior ragione, non tiriamo troppo in ballo l’Europa, altrimenti finiamo per costruirci da soli la bara. Dopo le elezioni austriache, il referendum ungherese antiimmigrati e l’avvio della procedura art.50 di Brexit, un bel pronunciamento italiano contro l’Europa può tentare anche il più misurato e ben disposto dei nostri connazionali.
  3. Renzi ha ragione a dire che il plebiscito lo vogliono i suoi avversari, non lui. Come ha ragione a dire che, il giorno dopo la vittoria del no, lui – per serietà, dignità, coerenza, etc.. – non potrebbe che dimettersi da capo del governo. Ma questi due messaggi sono armi spuntate. Allo stato, il referendum è considerato come un giudizio divino su Renzi, pro o contro di lui. E, sempre allo stato, la minaccia delle dimissioni successive all’eventuale sconfitta fa lievitare più i no che i sì.
  4. Sarà banale e retrò, ma non vedo altra possibilità che fare di tutto per ancorare la campagna al merito dei quesiti referendari. Il che significa costruire un’incessante e capillare campagna di confronto, non un inutile martellamento propagandistico. A tal fine è necessario:
    • limitare le prove muscolari di Cna, Coldiretti e organizzazioni varie a favore del sì, gli appelli di star più o meno improbabili, le raccolte di firme di intellettuali, professionisti, professori, etc… Lasciano il tempo che trovano. Contadini e artigiani, insegnanti e disoccupati, massaie e teenager (se mai qualche under 35 andrà a votare) sceglieranno uno per uno con la loro testa;
    • diffondere materiali effettivamente informativi sul referendum. Siano i cittadini a farsi un’idea delle ragioni del sì e del no;
    • sviluppare ogni forma di dialogo pubblico tra i fautori del sì e quelli del no. Forti delle nostre ragioni, siamo noi più degli altri interessati a discutere nel merito con gli avversari, i critici, i dubbiosi.

Insomma, cari miei, non è che l’idea del win-win può già tradursi, quattro mesi prima, nel disimpegno e tantomeno nel classico “muoia Sansone con tutti i filistei”. Vincere o perdere non è la stessa cosa. Evitiamo quindi di salire sul piedistallo delle nostre buone ragioni, invocando l’astratto buonsenso dei cittadini; cerchiamo piuttosto di convincerli con buoni argomenti. E, soprattutto, non precostituiamo da ora l’alibi principe di ogni sconfitta: “Ben gli sta agli italiani: non hanno capito, e mo’ ne pagheranno le conseguenze…”. Considerazione stupidissima che già sento nell’aria. Le conseguenze di una sconfitta le pagheremo tutti: saranno poco piacevoli e di lunga durata. Per questo eviterei di morire da kamikaze. Preferirei essere sconfitto in una battaglia, purché ben combattuta.