Matteo Renzi: appunti per la maturità

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Sperava di avere più tempo a disposizione per crescere, Matteo Renzi.

Forse due anni fa non immaginava così catastrofico il percorso del mondo a venire: il default greco e la  crisi russo-ucraina, Isis e le sue stragi, le tragedie dei migranti e i blocchi alle frontiere, le periodiche crisi finanziarie e le banche sottosopra, e poi Farage, Orbàn, Le Pen, Trump, infine Brexit. Pensava bastassero, in Italia, alcune riforme incisive per fare ripartire la macchina,  credendo che fossimo in grado di risvegliarci rapidamente da un coma antico. Era certo di poter cavalcare le periodiche esplosioni antisistema spolpando a morsi il grillismo, fidando in una tenuta minimamente dignitosa del mostro-partito ereditato. Chiamando poi la resta sulla riforma costituzionale, per fare del referendum confermativo la cruciale resa di conti tra i paladini del cambiamento reale e i campioni della chiacchiera a 5 stelle. A quel punto, le elezioni politiche gli avrebbero consegnato in palmo di mano un altro Parlamento. Nel 2018, magari un po’ prima, sarebbe nata la “sua” legislatura, quella del salto nel futuro. E della sua maturità.

Può darsi che andrà così comunque, ma l’elenco delle cose cambiate nel frattempo è cospicuo. E soprattutto è cambiato lui, Matteo Renzi. Che non è più – e non appare più  – l’intemerato rottamatore, la scapigliata alternativa di governo ad un destino di immobilità e facce inguardabili. Due anni sono bastati a trasformare un giovane arrembante  ed eterodosso nell’emblema stesso dell’odiato sistema per alcuni, in un navigato professionista della politica per altri. In ogni caso, agli occhi di tutti, oggi Renzi è una rotonda espressione dell’ordine costituito.

Poco male. In fondo è sempre la vita concreta che ci definisce e ci modella. Ci scopriamo e ci sentiamo improvvisamente maturati dopo traumi significativi, avversità, lutti, abbandoni. Matteo Renzi – per fortuna sua – si è ritrovato adulto guardandosi allo specchio il giorno dopo una limitata sconfitta alle elezioni amministrative. Niente di tragico. Anzi, una buona opportunità per tirare una riga, archiviare il copione stanco dell’antisistema, ed entrare definitivamente nei panni di un leader maturo, solido e consapevole. Ecco come, a mio modestissimo avviso. E su quali piani farlo.

Renzi e l’Europa. E’ il vero banco di prova di una leadership all’altezza (insieme all’economia, di cui magari parliamo un’altra volta). La Brexit carica Renzi di nuove responsabilità, di fronte a leadership stagnanti (Hollande) e declinanti (Merkel). Nella storia dell’Unione, la Gran Bretagna ha sempre messo un freno alle tendenze dirigiste della Francia e alle astrazioni ordoliberiste e poco elastiche dei tedeschi. Pure fuori dalla moneta unica, non incidenti nella governance e negli orientamenti politici dei trattati, gli inglesi hanno dato una spinta liberale alle politiche settoriali dell’Unione (energia, mercato interno). Renzi ne deve raccogliere il testimone. Finora la sua guerriglia europea ha funzionato. Non è finito ignorato e deriso dall’asse franco-tedesco (Berlusconi), non è stato subalterno a Merkel e Juncker (Monti), o spettatore silente, come il duo Letta-Saccomanni. E’ oggi la terza voce naturale, anche se dissonante, dell’Europa. Deve continuare a mettere pressione sulla agenda europea per allargare e sfilacciare le maglie dei trattati (flessibilità, investimenti, project-bond per gli immigrati), e giocarsi fino in fondo la delicatissima partita delle ricapitalizzazioni bancarie. Compiti ancora da rottamatore, per Renzi in Europa. Ma, come ha detto l’altro giorno sul Sole 24ore un Messina capace (Carlo, CEO di banca Intesa): “Se c’è una persona che se la può giocare è proprio Renzi. L’energia e la determinazione del premier unite alla competenza e alla capacità tecnica del ministro Padoan, ci mettono in una condizione ideale. Oggi il presidente del Consiglio può determinare l’agenda del Paese e contribuire a cambiare quella europea, e se non lo fa perde un’occasione unica”. Letto, approvato, sottoscritto.

Renzi e il referendum. Venendo ai consigli di un Messina minore (Jim, quello che ha fatto perdere Cameron e pareggiare Rajoy), da qui a ottobre è il caso di smetterla – e definitivamente – con la solfa del referendum anticasta. Dei costi (relativamente) minori e dei (non molti) politici che vanno a casa non ci interessa quasi niente. Il valore della riforma costituzionale – chi l’ha studiata lo sa – è che può consegnarci un sistema più efficiente ed efficace. Più conveniente per tutti: Stato centrale, Pubblica Amministrazione, Regioni, Comuni, e – of course – cittadini. Ma bisogna spiegarli per bene, con metodo e finanche un pizzico di pedanteria, i vantaggi della riforma. C’è tempo per farlo, senza semplificare al di là del giusto. Non slogans, ma assemblee, appuntamenti tematici, incontri di settore. Un dibattito pubblico capillare e coinvolgente. La riforma costituzionale come l’occasione per una bella campagna di educazione civica: ecco di cosa ha un gran bisogno l’Italia.

Renzi e l’Italicum. Qui bisogna intendersi. C’è un pezzo consistente del vecchio sistema, il ceto politico-giornalistico, che odia con tutte le sue forze l’Italicum, perché gli toglie spazi di potere e di veto: lo emargina fisicamente. Certo sarebbe bello, in un sol colpo, disegnare una nuova architettura istituzionale e liberarsi dei ricatti della vecchia nomenklatura politico-mediatica. Ma temo che non ce la si faccia: la coalizione degli scontenti può fare male. Peraltro al sistema vero, quello che quotidianamente prova a far girare l’Italia (imprenditori, corpi intermedi, professionisti, lavoratori), dell’Italicum importa fino a un certo punto. Se deve scegliere tra l’indifferibile riforma del titolo V e una legge elettorale perfetta sulla carta, l’Italia che opera non ha dubbi: chiede l’abbattimento dei tempi della burocrazia, lo snellimento e la semplificazione dei percorsi legislativi, non una preferenza in più o in meno. Per essere più chiari: si provi pure a cambiarlo, questo benedetto Italicum, se proprio ci tengono. Tanto, se la spinta referendaria sarà forte, ne uscirà rafforzata la leadership di chi ha voluto la nuova Costituzione, e le cariatidi politico-mediatiche non sopravviveranno comunque. Sarà il sì a seppellirle, più che l’Italicum.

Renzi e Grillo. Il Renzi maturo non può più ridursi a fare la guerra ai grillini. Ormai sono lì, a volte ridicoli, ma fanno parte della scena. Bisogna vederli alla prova, dare loro tempo, e sperare pure che funzionino! Perché se la Raggi ce la farà a ridare vita alla carcassa di Roma, saremo contenti come cittadini (e del fidanzato capo-gabinetto nun ce po’ frega’ de meno); se Di Maio e Di Battista diventeranno degli statisti (mi viene un po’ da sorridere a dirlo…), sarà un bene per il paese. Quindi stop alle polemiche inutili, alle baruffe sui social, alla petulante messa in evidenza delle loro contraddizioni. Anche per una ragione pratica: più è il Pd a dire male del M5S, più si rafforza tra i loro simpatizzanti un’appartenenza grillina “a dispetto”. Sarà solo il tempo a dire la sua sul futuro dei 5 stelle (e magari un centrodestra che torni a fare politica).

Renzi e il partito. E’ vero il luogo comune: sul tema abbiamo visto in azione il Renzi peggiore. Ma non perché  – come si dice stupidamente – del partito se ne freghi. Semmai perché se ne preoccupa eccessivamente. Come le amministrative hanno ampiamente dimostrato, il Pd è una tigre di carta, innanzitutto nelle grandi città: Renzi può farne quello che vuole. A partire dalle sperimentazioni più ardite che, in alcune realtà, non possono fare più danni di quelli già prodotti. Quindi, invece di avviare l’ennesimo, snervante dibbbattitone generale, con annessi maquillages di segreterie e tormenti degli apparati, il maturo statista Renzi sul partito si prenda uno sfizio: azzeri subito organismi e tessere a Roma e a Napoli, epicentri della crisi. E avvii nelle due città la costruzione di un sistema vero di data management, centralizzando le adesioni al partito, assumendo informazioni approfondite sugli iscritti, promuovendone la partecipazione in forme nuove. Sul partito – absit iniuria verbis – il modello organizzativo del M5S qualche utile indicazione può darla.

In conclusione (altro che appunti, è venuto fuori un indigeribile papiello): ecco come, a mio avviso, deve muoversi – e correggersi – il Matteo Renzi prossimo venturo. L’obiettivo? Fare bene per parecchio tempo, senza scossoni. Condurre l’Italia fuori dal pantano, ridandole una prospettiva. In fondo, regalarci quella solida e matura leadership riformista che aspettiamo da una vita.