Il mondo chiuso e il mondo aperto

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Il conflitto più profondo, nel mondo di oggi, è quello tra società aperte e società chiuse (che è poi anche – a mio avviso – l’unico, grande tema sociale, politico e culturale su cui vale la pena battersi e impegnarsi, per chi si definisce progressista e/o di sinistra). Le differenze tra i due modelli di società sono semplici. Le società chiuse guardano con nostalgia al passato e hanno paura del futuro. Per questo difendono strenuamente gli status conquistati, sono restie a mettersi in discussione, si chiudono dentro i propri confini, temono qualunque forma di integrazione, vogliono preservare i loro commerci, i loro lavori, le proprie abitudini, le proprie culture religioni usanze riti, i propri privilegi (spesso etichettati come diritti). Le società aperte, per farla breve, hanno un atteggiamento opposto su tutti questi grandi items.

Se si potesse, sarebbe più conveniente per chiunque – senza alcun dubbio – vivere in una società chiusa, protetta dall’esterno. D’altronde, vivevamo più comodi e tranquilli nel ventre materno. Ma voglio darvi una notizia: non è possibile. Nel ventre materno non possiamo rientrare. Guardate bene i due grafici in evidenza: ci dicono come si è spostato, sul piano mondiale, il reddito procapite tra il 1988 e il 2011. Con la collinetta blu (i paesi cosiddetti sviluppati, in primis l’Europa) che sta per essere sommersa dalle montagne cinesi, indiane e finanche dell’America Latina. Un fenomeno che viene definito come il passaggio dalla Grande Divergenza (l’epoca, iniziata verso il 1500 e finita intorno al 1980, in cui l’Europa è cresciuta enormemente rispetto al resto del mondo) alla Grande Convergenza, l’epoca che si è appena aperta e sta trasformando rapidamente gli assetti del mondo. Che oggi, in seguito alla globalizzazione, è uno e uno soltanto.

Che cosa intende fare la collinetta blu, in questo gigantesco passaggio storico? Difendersi dagli assalti delle economie emergenti, che poi concretamente si traducono in alcuni miliardi di esseri umani che ieri non mangiavano e oggi sì, e vogliono sempre più crescere, espandersi, consumare, viaggiare, etc…? Rifiutare la globalizzazione? Tenere in piedi questi simulacri di Stati-nazione che non intercettano più merci, persone, e soprattutto (grazie a Santa Internet) informazioni e denari? Chiudere le frontiere? Ripristinare, in ogni forma possibile, dogane e dazi? Imporre pedaggi, tributi e gabelle, pur di impedire la libera circolazione di persone, cose e capitali? Fare politiche protezioniste, impedendoci di comprare merci migliori prodotte altrove? Ripristinare l’autarchia? Esaltare – che so – il chilometro zero, in modo che io non possa più mangiare l’ottimo melograno di provenienza israeliana che ho mangiato stamattina?

Fate pure, signori. Dubito che possa riuscire, l’impresa. Arroccarci – noi europei, noi inglesi, e poi noi francesi, noi italiani, magari noi padani, e a seguire noi milanesi, fiorentini o napoletani, noi abitanti di Tor Bellamonaca, noi condomini di via Toledo, alla fine io contro gli altri condomini e contro il mondo intero  – a presidio dei nostri illusori egoismi, oltre ad essere cosa sommamente ingiusta, io penso che sia cosa sommamente stupida.

Per questo, buttandola in politica, non mi piacciono tutti coloro (Farage, Trump, Le Pen, Grillo, Salvini, etc…: l’elenco degli sfasciacarrozze è piuttosto lungo) che soffiano sul fuoco delle paure, alimentano chiusure e divisioni. E non mi piacciono i media (tutti) che non fanno altro che dare polvere da sparo a ogni populismo si affacci sulla scena, lavorando sui pregiudizi e sui luoghi comuni.

Le cosiddette élites dovrebbero avere un’altra funzione. Dovrebbero spiegare, far capire, fare battaglie coraggiose e controcorrente, condurre per mano i governati a comprendere il futuro che avanza inesorabile. Certo con intelligenza, non facendo mosse sbagliate o avventate. Ma anche rischiando di perdere. Oggi i peggiori politici, i peggiori giornalisti, i peggiori intellettuali sono quelli che lisciano il pelo alle paure dominanti.