L’Italia e il Pd dopo il 5 giugno

imgres-3

Partiamo da alcune ovvietà, che pure è bene tenere in conto. a) C’è una tendenza universale delle elezioni di mezzo termine a premiare le opposizioni: avviene in tutti i paesi democratici. b) C’è un’onda lunga antisistema che non si arresta, e si manifesta soprattutto in assenza di offerte politiche credibili.  c) Ogni elezione comunale fa storia a sé: contano i bilanci amministrativi, gli equilibri locali, i sentiment dominanti nella singola realtà.

Detto questo (e partendo dal presupposto che – a mio avviso – l’elettorato ha sempre ragione), la domanda è se si possono ricavare alcune riflessioni generali dal voto di ieri. Ecco le mie.

  1. Vengono sempre più valutate e premiate le persone. Vincono Raggi, De Magistris, Sala e Parisi (diciamo ex-aequo), Appendino. Ma anche Zedda a Cagliari, Gnassi (Rimini), De Pascale (Ravenna): giovani e presentabili. E, tutto sommato, Giachetti e Meloni, pur se fiaccati dalle storie pregresse di destra e sinistra a Roma. Si affermano perché sono o riescono a presentarsi come persone nuove. A volte (Raggi, Appendino) tanto nuove da suscitare quasi un’infantile curiosità tra gli elettori. Altre volte (De Magistris) nuove perché sono vecchi gli avversari. Il solo Fassino – al momento – regge con dignità il testimone di stagioni passate. Conclusione: chi vuole vincere deve scegliere le persone giuste. E’ un must nell’epoca che viviamo.
  2. Sul piano politico si possono ricavare dal voto – senza forzature – alcune conclusioni.
    • Il primo partito alle elezioni politiche del 2013, il M5S, si presenta solo in alcuni territori, sfruttando con intelligenza candidature giuste. Ma non va oltre. Sulla base dei dati di ieri, non è (ancora?) un’alternativa di governo per il paese.
    • Per il centrodestra questo voto è il de profundis politico di Berlusconi (non concordo con Renzi, che in conferenza-stampa lo ha molto “tenuto su”). Ma in particolare le grandi città dimostrano che, se si darà presto una nuova leadership, il centrodestra tornerà competitivo. Ma solo a questa condizione.
    • Non esiste la cosiddetta sinistra-sinistra: lo sappiamo da anni ma cediamo sempre alla sua sovrarappresentazione mediatica, salvo ritrovarla il giorno dopo ogni elezione al 4/5%. Qualunque sia la veste che indossa.
  3. Il Pd merita un capitolo a sé, essendo – e restando – l’architrave del sistema. Il Pd a questo giro ha perso, a maggior ragione se (se) si ritroverà tra due settimane fuorigioco nelle principali città del paese. Renzi stamattina non ha indorato la pillola della sconfitta, ma ha usato parole dure solo per il dato napoletano, annunciando severe misure organizzative. Non basta, a mio avviso. Il problema del Pd non riguarda alcuni territori, ma la sua natura politica e la sua forma organizzativa.
    • Politicamente, dalla fine del patto del Nazareno, il Pd di Renzi si è costantemente impegnato a creare argini per evitare smottamenti alla sua sinistra. Ha smesso di parlare con determinazione e nettezza alla vasta platea moderata, innovatrice e riformista del paese, imbastendo un continuo, snervante e inconcludente dialogo con la minoranza interna. Con il duplice risultato di contribuire alla sua sovrarappresentazione mediatica e facendo apparire le pur ragionevoli e necessarie convergenze al centro come manovre politiciste o eticamente discutibili.
    • Sul piano organizzativo, non si possono più mantenere troppe ambiguità sul modello di partito. Il Pd di Renzi è un animale che scende in campo solo in determinate circostanze (elezioni politiche, scadenze generali, etc…), lasciando al territorio e ai suoi leader campo libero per il resto? Oppure diventa un partito strutturato e solido, con una sua nuova e diffusa classe dirigente, interprete di una missione che va al di là di una leadership? Messa così, l’alternativa è rozza e schematica. Probabilmente si dovrà scegliere una via di mezzo. Ma la discussione sul tema non si può evitare ancora a lungo.
  4. Ora c’è la mannaia del referendum costituzionale, che inevitabilmente impedisce l’apertura di una nuova fase del renzismo, se non si porta – e bene – a compimento la prima con una bella vittoria a ottobre. Ma parecchi di noi vorrebbero anche uscire da una sorta di stato di necessità. Non vogliamo stare con Renzi in quanto “non ci sono alternative”, ma perché vorremmo vedere realizzato un disegno più ampio, che riguarda il sistema Italia (assetti istituzionali, classi dirigenti, modelli di sviluppo). Da parecchi di questi punti di vista, il voto di ieri è stato un passo falso.