La politica comunicativa

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Mentre parlavo ai giovani di Classedem dopo l’intervento di Matteo Renzi, mettendo insieme confusamente un po’ di idee nel disinteresse generale, il bravissimo Alessandro Fiorenza prendeva appunti. Ieri me li ha girati, e io ho proposto il suo pezzo all’Unità, ovviamente con l’aggiunta della parte seria della giornata, l’intervento di Simona Ercolani. Ecco il pezzo di Fiorenza. Per punirvi ulteriormente, qui di seguito le slides del mio intervento. Formazione Pd – 2-4-16

La politica come comunicazione, le dinamiche dell’agenda setting nel confronto quotidiano tra media e politica, i bias, gli errori sistematici di giudizio in cui si incorre nel valutare la realtà, la disintermediazione e le caratteristiche della leadership. E poi il Decalogo, ossia le regole essenziali della comunicazione, dalla forza del messaggio, all’importanza del mezzo utilizzato per trasmetterlo. Questi i temi fondamentali dell’approfondito focus sulla comunicazione politica organizzato per il quarto weekend di Classe Democratica da Andrea De Maria e dal dipartimento formazione del PD. A tenere le lezioni sul tema sono stati esperti come Claudio Velardi, fondatore di Reti, società di consulenza e relazioni istituzionali, Simona Ercolani, autrice e produttrice televisiva di noti programmi come Sfide e Sconosciuti, e Alessia Rotta, deputata e responsabile della comunicazione nella segreteria di Matteo Renzi.

“È sbagliato parlare di comunicazione politica”, spiazza la platea Velardi all’inizio del proprio intervento, “dobbiamo piuttosto parlare di politica comunicativa. La politica non può che essere comunicativa: o è tale, oppure non è”. Ed è un errore distinguere tra forma e contenuto: anche Renzi ha a volte detto, in riferimento ad una determinata legge o riforma, “abbiamo sbagliato a comunicarla”. È una frase che prima o poi tutti i governanti, e non solo in Italia, arrivano a pronunciare. Ma non è così: se si sbaglia la comunicazione, vuol dire che c’è qualcosa di sbagliato nella riforma, nella legge, e non in come è stata comunicata. “Quando scegli di fare una determinata politica, devi vedere prima di tutto l’obiettivo finale, cioè dove vuoi arrivare, e devi poi progettare tutto il percorso da fare per raggiungerlo, sapendo che ad ogni tappa incontrerai ostacoli, incidenti, resistenze, e agire cercando di prevenirne il più possibile. Questo è politica o comunicazione? È politica, ma naturalmente ha un fortissimo contenuto di comunicazione”. Un provvedimento così progettato è efficace, funziona. E consente di sostenere il confronto con tutti coloro che si oppongono, con cognizione e forza argomentativa. Ma non è facile. Perché bisogna fare i conti con l’agenda setting: quel processo per il quale il ruolo di pressione esercitato dai media è fondamentale a determinare il grado di priorità dei temi posti all’attenzione delle scelte di politiche pubbliche.

L’agenda viene determinata in una partita complessa, nella quale le forze in campo sono diverse. Velardi le suddivide in questo modo: da un lato la politica, che vive una fortissima crisi di legittimità e rappresentanza, e dall’altro le forze che ad essa si oppongono: media, magistratura, e burocrazia. “I primi due, che il politologo Mauro Calise chiama ‘i fattori M della politica contemporanea’, sono ormai concorrenti che agiscono in campo aperto. I media, soprattutto, hanno cambiato completamente la loro natura: sono strutturalmente oppositivi”, e non perché ce l’abbiano in particolare con un governo o con un altro, ma perché, legandosi ai fenomeni di delegittimazione della politica, puntano in qualche modo a rappresentarli. A questo si aggiunge l’azione dalla magistratura, e naturalmente il ruolo esercitato dalla burocrazia, che per definizione è conservatrice: la politica, direbbe Hanna Arendt, è invece per sua natura volta a cambiare le cose, per questo l’apparato burocratico vi si oppone.

Ora, nel tempo di internet e della straordinaria possibilità di accesso ad una quantità illimitata di informazioni, un ruolo ancora cruciale è esercitato dai media tradizionali: quello della selezione delle informazioni, e in definitiva, del principale strumento di determinazione dell’agenda. Per quanto in crisi strutturale, i giornali sono ancora fondamentali, perché rappresentano il luogo fisiologico di confluenza di tutta la montagna di informazioni che viene prodotta nel corso di una giornata. Ed è un problema, perché i quotidiani, come l’intero sistema dell’informazione, vivono di bias.

Come spiegato da Daniel Kahneman, psicologo cognitivo e premio Nobel per l’economia, nel suo libro Pensieri lenti e veloci (Mondadori, 2012), i bias sono errori sistematici di giudizio che ognuno di noi commette agendo in automatico, valutando la realtà in base al pensiero intuitivo. Per fretta, stanchezza, noia, per ignoranza attorno ad un tema, per la prevalenza di emozioni o pregiudizi, si tende cioè, in taluni casi, a prendere decisioni affidandosi a valutazioni errate. E i bias influiscono sulla determinazione dell’agenda attraverso la selezione dei problemi, che sono tanto più importanti quanto più facilmente si recuperano dalla memoria, e si recuperano se sono i media ad occuparsene. A loro volta, i media scelgono le questioni che valutano interessanti per il pubblico, individuando come prioritari avvenimenti drammatici, personaggi noti o temi pruriginosi. E determinando il modo in cui i problemi vengono comunicati: uno dei bias più frequenti, infatti, è il cosiddetto framing, che consiste nell’immettere la notizia in un quadro di riferimento che ne faciliti, ma soprattutto ne orienti, l’interpretazione da parte del pubblico.

Ora, è possibile evitare i bias, e riuscire a comunicare e ad evitare distorsioni del proprio messaggio, ricorrendo alla disintermediazione. È questo il passaggio fondamentale. La disintermediazione che in questo campo consiste nel bypassare i media tradizionali, e comunicare direttamente con i soggetti cui si intende rivolgere il messaggio. Attraverso l’uso consapevole dei mezzi, e cambiando il messaggio secondo la tecnologia che viene utilizzata, occorre puntare sulla forza della condivisione, e sulla costruzione di quello che Velardi definisce come il palinsesto personale: “Il vero obiettivo cui volgere il proprio lavoro: realizzarlo significa raggiungere un efficace grado di autonomia; vuol dire costruirsi, e comunicare, una propria idea del mondo che non è quella che ci viene trasmessa dal sistema dei media”.

In un lungo intervento, che ha spaziato dalle ricerche di Kahneman su come la nostra mente legge quello che avviene nel mondo, a come questo influisce sul sistema della comunicazione, ai meccanismi psicologici che determinano la costruzione di reti e relazioni attraverso cui si realizza la disintermediazione, Velardi ha infine concluso con una particolare definizione di leadership: “Leadership è innanzitutto condivisione e curiosità verso il nuovo, ma è soprattutto ingenuità. I veri leader sono fondamentalmente ingenui: per essere tali, occorre infatti avere la capacità di pensare e comunicare cose che ad altri possono sembrare irrealizzabili, persino ridicole, e che incorrono nelle risatine dei vecchi politici che credono di saperla lunga. L’ingenuità, invece, è una cosa bellissima”. Ma, dato che la leadership conduce anche al potere, Velardi aggiunge, rivolgendosi alle ragazze e ai ragazzi seduti in platea: “Non dovete mai abituarvi al potere. Perché il potere è ridicolo, è questa la sua vera essenza”. Come aveva capito Eduardo De Filippo, che in un video tratto da “L’oro di Napoli”, e che in chiusura Velardi mostra alla classe, regala una magistrale lezione politica sull’essenza del potere: O pernacchio.

(INSERIRE VIDEO https://www.youtube.com/watch?v=gkrnK0igAP0)

A salire sul podio degli oratori è stato poi il turno di Simona Ercolani: “Il mio lavoro consiste nel raccontare storie e farlo in un modo che sappia cogliere l’interesse del pubblico per il quale è stato pensato”. Cosa significa raccontare storie? Vuol dire, in breve, mettere in fila i fatti, dare un ordine al mondo, connettere i punti. “In questo consiste lo storytelling: nella capacità di descrivere il mondo e dare un ordine alle cose”. La politica, così come la religione, l’arte o la scienza, è uno dei tanti strumenti che l’umanità ha inventato per ordinare, e dare quindi un senso, alle cose del mondo. Per riuscirvi, però, è necessario saper comunicare, e cioè essere in grado di rendere partecipe la comunità: “è la ragione per la quale possiamo dire che la politica è, anche, storytelling”. Per comunicare nel modo giusto, ci sono dei principi cui bisogna attenersi. Sono quelli che Ercolani riunisce nel Decalogo della Comunicazione: dieci semplici regole, utili a chi fa politica e vuole comunicare agli altri ciò su cui si sta impegnando.

È necessario, innanzitutto, raccontare la propria storia. La nostra biografia personale è un ingrediente irrinunciabile, in grado di dare forza e vigore al progetto politico del quale ci facciamo promotori. “Nella narrazione politica”, afferma Ercolani, “ci deve essere un passato da raccontare ed un’idea di futuro da proporre, che trovino legittimità nella biografia dell’oratore”. Una storia che deve essere autentica, ed anche coerente con i contenuti che si vogliono comunicare. Occorre poi individuare l’avversario. Trovare un “nemico” serve ad identificarsi, ad unirsi e raccontarsi. E quando non c’è, bisogna crearlo. “Se vuoi raccontare una bella storia, oltre al protagonista, ti occorre un antagonista, e questo vale anche per la politica”. Terza regola: il dono della sintesi. Passare dall’astrattezza alla concretezza, tradurre la complessità in semplicità, evitando però di banalizzare. Un processo tutt’altro che facile da mettere in pratica, e che non si può improvvisare: “Einstein diceva che non hai veramente capito qualcosa finché non sei in grado di spiegarlo a tua nonna”. L’apice della semplificazione è lo slogan. Bisogna, in oltre, prestare molta attenzione al contesto. Quando si prepara un intervento, o un discorso, si deve sempre conoscere la platea a cui sarà rivolto, e modulare il testo a seconda di come immaginiamo il pubblico possa cogliere il messaggio. E importante è anche saper scegliere la posizione giusta: su un palco, tra il pubblico, con persone sedute dietro e accanto. Il messaggio sta dentro il contesto, ed è ad esso collegato.

Ma non basta. In una comunicazione efficace svolge un ruolo fondamentale anche il modo in cui si comunica. Ha a che fare, naturalmente, con il linguaggio del corpo: mai parlare con le mani conserte e guardare sempre negli occhi l’interlocutore, per fare qualche esempio. Ma non è solo questo. “Per farvi capire cosa intendo, prendete ad esempio Obama a Charleston: c’è stata una strage, sono morte nove persone. Il presidente USA è lì per commemorarle, ed ad un certo punto inizia a cantare un gospel religioso, Amazing Grace. Stona, anche, ma non gli importa, a lui così preciso e serio. In quel momento, con quel semplice gesto, è parte integrante della comunità”.

Continuando poi a spiegare le regole della comunicazione attraverso video emozionanti ed esempi storici, Ercolani ha concluso il decalogo con le altre regole della buona comunicazione: dall’importanza dei gesti che diventano azioni simboliche (come l’indice ed il medio di Churchill alzati in segno di vittoria), alla riscoperta del porta a porta, o hyper-targeting, che coniuga il messaggio generale, rivolto a tutti, con un messaggio più diretto rivolto a ciascuno. In oltre, le regole della velocità e dell’istinto: se da un lato è essenziale essere al contempo veloci per determinare l’agenda setting, e prudenti per evitare errori disastrosi, dall’altro bisogna avere un buon istinto, capace di suggerire le mosse giuste per far volgere in proprio favore una situazione non prevista. E infine, la decima regola, che capovolge tutto: non ci sono regole. Nel campo della comunicazione non esistono dogmi, la realtà è sempre complessa, varia in continuazione, e per questo è essenziale studiare ed interpretare. “Sembra una banalità, ma non lo è: in politica bisogna fare le cose per bene,e ciò significa prendersene cura ”.

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