Parisi, l’Ulivo e Renzi

prisi

Molti anni fa – era la primavera del ’99 – incontrai Arturo Parisi in una cena riservata con i nostri danti causa (superfluo farne i nomi). Brutto clima: il suo capo era ancora avvelenato per il (presunto) complotto dell’autunno precedente, si discuteva pubblicamente della nascita del suo nuovo partito, il mitico Asinello, che di lì a poco avrebbe creato non poche difficoltà al governo. L’offerta per stemperare il gelo era pronta sul tavolo: “Di qui a qualche mese, caro Romano, sarai presidente della Commissione europea. Me ne occupo io”. Cazzo, un bel risarcimento, pensavo in silenzio, reprimendo la mia antica insofferenza per il destinatario dell’offerta. Ma, mentre il Professore pareva – piuttosto misuratamente – allettato dalla prospettiva, al suo fianco Parisi serrava le mascelle e gli occhi gli diventavano due fessurine che lanciavano sguardi di fuoco all’intero tavolo, compreso l’incolpevole sottoscritto. “Ci volete fottere”, sembrava dire Arturino (così lo chiamava Cossiga). O forse lo disse pure, ad un certo punto.

Invece è stato lui che ha fottuto tutti, e questa bella intervista all’Avvenire lo dimostra. Il suo sguardo lungo ha avuto ragione sulle tattiche e i politicismi, ed oggi il militare Parisi può dirsi più che soddisfatto del percorso avviato da Renzi. Altro che discussioni retroattive, reinvenzioni e ripescaggi nostalgici dell’Ulivo. La realtà è più avanti, come Parisi testimonia bene, con la sua intelligenza critica e sorniona.