Alfano e la fedeltà

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Non ho fedi e non sono fedele. Non ho fede religiosa: sulle complessità della vita tendo ad interrogare la ragione e la scienza. Fui bruciato in gioventù dalla fede politica: compresi tardi (oddio, prima di parecchi altri) la sua fallacia, da allora respingo casacche e bandiere. Finanche il mio acceso tifo calcistico non ha fede: ero per l’Inter da ragazzino, per una breve stagione ho amato il Napoli, da molti anni soffro per la Roma. Senza alcuna fede. Infine, vivo felicemente da più di 35 anni con mia moglie senza mai averla “tradita”. Non le sono “fedele”, semplicemente la amo.

Fedi e fedeltà sono solo sinonimi di paura. Ogni fede religiosa, come è noto, nasce dalla nostra ancestrale paura della morte. Come succedaneo, chi non crede nell’aldilà, terrorizzato dal mondo che ci circonda, dall’ignoto e dall’inedito, va da sempre in cerca di ancoraggi a radici territoriali, si inventa identità, si affida a comunità, sette, corporazioni, congreghe: facciamo di tutto pur di essere rassicurati da una fede. Per evitare che il nostro cervello sia costretto a funzionare in autonomia, ci dichiariamo fedeli “ai nostri ideali” (cit. Berlinguer) anche quando non hanno più ragione di esistere, invochiamo la coerenza (virtù degli imbecilli, diceva Prezzolini) come un valore, vivendo così di luoghi comuni, pregiudizi e partiti presi. E anche un’unione libera e privata come il matrimonio abbiamo voluto bollarla, sancendo al suo interno il “vincolo di fedeltà”. Un obbligo. Il contrario di un’esperienza di apertura e condivisione. Il contrario dell’amore.

Mi viene da sorridere, quindi, pensando alla clamorosa eterogenesi dei fini contenuta nelle posizioni assunte da alcuni politici nelle scorse ore, a proposito di unioni civili. Eliminando dalla norma il vincolo di fedeltà tra persone dello stesso sesso, Alfano e gli altri conservatori hanno svelato in fondo che il re è clamorosamente nudo. Persone dello stesso sesso possono unirsi “solo” per amore. Quelle di sesso diverso lo fanno (anche) per un vincolo imposto. Che è – almeno ai miei occhi – come sancire una sorta di “superiorità” dell’unione civile rispetto al matrimonio tradizionale.

Magari sono solo io a pensarla così. Gli eserciti contrapposti guardano al risultato a breve, al titolino di giornale, alla polemicuccia politica che si può innestare. E quindi esultano o si stracciano le vesti, a seconda del vantaggio che pensano di ricavarne. Dal punto di vista di un non fedele come me, non solo la norma approvata è giusta ed equilibrata, ma è anche un piccolo cavallo di Troia penetrato nel nostro pigro, vecchio mondo di certezze e fedi.