Il Grande Comunicatore

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Due anni di comunicazione di Renzi in un mio pezzo sull’Unità di oggi.

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Prendiamo il toro per le corna. Non c’è politico che non si lamenti della scarsa o cattiva comunicazione delle cose che propone e fa. Tant’è che il “non siamo riusciti a farci capire” è il più classico degli alibi degli sconfitti, cui seguono alte lamentazioni nei confronti dei media e patetici scarichi di responsabilità. Mai che il politico metta in discussione il suo modo di agire e comunicare.

In due anni di governo, anche Matteo Renzi ha detto qualche volta “non siamo riusciti etc…”. La grande novità è che si è attribuito direttamente le responsabilità degli errori. Perché Renzi è – almeno in Italia, almeno a sinistra – il primo politico che ha chiaro che non si può separare la politica dalla comunicazione. Perché funzioni, una cosa deve essere ben comunicata; se non si riesce a farlo, c’è qualcosa che non va, magari nella cosa. La controprova? Quando funziona, quasi sempre la cosa si comunica da sé. Per questo la politica è comunicazione. E viceversa. Quindi un politico o sa comunicare o non è un buon politico.

Questo elementare concetto è stato l’enorme salto culturale che Renzi ha imposto alla sinistra italiana, che per 20 anni si era autoassolta dalle sue sconfitte imputandole alla ipercomunicazione berlusconiana. Ed è la ragione profonda per cui Renzi indispettisce gli ottocenteschi intellettuali italiani, che ancora separano sostanza e forma, contenuti e contenitori, e quando pronunciano la parola “comunicazione” storcono la bocca come la Versace-Raffaele a Sanremo.

In due anni di governo, Renzi di comunicazione ne ha messa in scena molta. Dalle discusse slides, semplici e vere quanto irridenti verso l’ignoranza e i pregiudizi del giornalista-massa, alle didascaliche e puntute e-news, grazie alle quali dialoga con il suo popolo. Dalle foto postate nei momenti giusti su Instagram, all’uso massiccio – e senza sensi di colpa – di Tv e radio. E poi i watsapp, i video, i social networks con gli hashtag di successo (#arrivoarrivo, #cambiaverso, #lavoltabuona, #italiariparte, etc…), gli spiegoni delle riforme in infografica. Fino ad esibizioni vagamente situazioniste, tipo il gelato trangugiato platealmente nel cortile di Palazzo Chigi in risposta agli attacchi dell’Economist.

Performances comunicative indiscutibili, tutte fondate su pochi principi-chiave. Risposte in tempo reale, innanzitutto: è così che Renzi spiazza, anticipa, costringe il sistema intero ad inseguire.  In secondo luogo, piena convergenza dei mezzi – dai media tradizionali alle mille opportunità della rete – al servizio dei nostri palinsesti personali, e non delle pigre segmentazioni del marketing politico. Infine, sempre e comunque, disintermediazione. Che vuol dire, concretamente: non sono i pupari del circo mediatico a decidere cosa, come, se e quando.

L’obiettivo finale, se vogliamo, è vecchio come il cucco: si tratta di dettare l’agenda. Imporre temi e tempi agli altri, agli avversari politici e ai media. E poi dare a questa agenda una direzione di marcia. Lo so, qui arriviamo a parole abusate: racconto, storytelling. Ma provate voi a usarne altre, se ci riuscite. Qualunque avventura umana non è altro che una narrazione. Figuriamoci se non lo è quella di un leader politico nel mondo volubile e volatile della comunicazione pervasiva e intrusiva, dell’io che sostituisce il noi, dell’anticasta e dell’antipolitica.

Naturalmente, se manca il plot il racconto si avvita su stesso e si spegne. Se non ci sono più cose da dire, diventa autoreferenziale e narcisistico. Non mi pare sia il caso di chi ci governa – in fondo – da soli due anni. Anche se a me sembra evidente che il cuore del racconto cominci a spostarsi. E’ alle viste un cambiamento di prospettiva, di scena e di platea. Sarà sul teatro europeo che misureremo prossimamente la forza politica (e comunicativa) della leadership di Matteo Renzi. Cerchino di capirlo per tempo i provinciali commentatori italiani, se non vogliono restare spiazzati per l’ennesima volta.