Grillo, i sondaggi e la realtà

renzigrillo

La parabola grillina in un mio pezzo per l’Unità.

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L’ultimo scivolone è di ieri mattina, quando alla Camera il M5S ha votato contro il “Dopo di noi”, la proposta di legge parlamentare che garantisce, attraverso servizi agevolati e integrati tra pubblico e privato, una dignitosa continuità nella qualità di vita dei disabili privi del sostegno genitoriale. Un’opposizione insulsa, finanche un po’ odiosetta, verso una misura sociale accolta con favore dall’intero schieramento politico, dall’associazionismo, dalle famiglie dei disabili gravi.

E’ in uno stato confusionale piuttosto serio, il Movimento. Ma non per le continue espulsioni di stampo sovietico, per le diffuse goffaggini amministrative, per le tristi performances in rete dei tre re mogi nel dopo-Quarto, o per le loro strampalate, quotidiane dichiarazioni (l’ultima di Di Maio, testuale, è che il governo è “in conflitto di interessi” perché alimenta il business sugli immigrati…). E neppure perché il ritorno alla comicità “ufficiale” del loro leader è avvenuto, qualche sera fa, in un teatro mezzo vuoto.

No, queste sono solo conseguenze di una difficoltà più di fondo. Il punto è politico, si diceva una volta. Il punto è che il M5S, a tre anni esatti (febbraio 2013) dalla sua esplosione elettorale, non ha ancora trovato uno straccio di bussola politica per orientare la sua azione e consolidare l’investimento fatto nell’occasione da un italiano su quattro.

Non che fosse semplice, intendiamoci. Non era pensabile che un movimento nato sull’onda della più pura antipolitica, cresciuto a pane e millenarismi, ingrassato da un sistema vecchio quando non corrotto, potesse improvvisamente vestire, al suo sbarco in Parlamento, i panni del legislatore responsabile, fare i conti con la realtà, apprendere l’arte dura e nobile della mediazione, del governo delle cose e dei dossier. Non si crea una classe dirigente da un giorno all’altro, anche quando la materia prima è di qualità. Figuriamoci quando non sempre è così, se vogliamo dirla tutta.

Però uno sforzo potevano farlo, in primo luogo i due satrapi, il comico e l’imprenditore. Che in questi anni hanno plasmato il movimento a loro piacimento, infischiandosene del sacro principio dichiarato (una testa un voto), imponendo capotici riti iniziatici e sacrificali, nominando delfini e abbandonandoli al loro destino. Sempre in una logica da setta chiusa, cupa e autoreferenziale. E sempre, comunque, a politica zero. Senza che mai ci fosse alcuna corrispondenza tra le convulsioni interne del movimento e una qualche opzione politica o programmatica degna di nota.

Neppure, va detto, sono stati aiutati dal sistema mediatico. Che, invece di accompagnare e stimolare una maturazione del grillismo, utile non foss’altro per allargare le maglie del sistema democratico, ha preferito giocarci come il gatto con il topo, ubriacandolo con previsioni metafisiche (il bipolarismo Renzi-Grillo sbandierato come una possibilità del reale), pur di creare uno spauracchio contro l’odiato fiorentino. Così, per due anni, è cresciuta una vera e propria bolla politico-mediatica, con gli italiani che – sondati – puntavano un’innocua e anonima pistola contro il sistema: “Guardate che se non fate il vostro dovere, ci rivolgiamo a questi qua”. Poi andavano a votare – nel 2014 e nel 2015 – mostrando di preferire la politica del fare al non fare politica. E per il M5S erano botte.

Ora la novità è che la realtà comincia a fare capolino finanche nelle rilevazioni di mercato, come ci dice oggi il sondaggio SWG. Pure la bolla comincia a sgonfiarsi: sale il vituperato governo, scende il movimento tanto amato dai media. Così è la vita, cari amici grillini: così quel mostro che è la comunicazione. Ora datevi tempo, costruite classi dirigenti. Soprattutto datevi una politica. E non date retta ai sondaggi. Fate come quell’aspirante segretario del Pd che nel 2012 disse: “I sondaggi si cambiano, non si leggono”. Lui ci riuscì, e continua ad andargli bene. Provateci anche voi, andando incontro alla realtà.