Zalone, antidoto all’antipolitica

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Come previsto, i critici con il ditino alzato hanno sentenziato che sì, sarà pure cresciuto, ma ha perso la vena corrosiva, la sua comicità è irrimediabilmente conciliatoria, insomma aridatece il primo Zalone, quello delle gag a ripetizione. Mentre i cinefili con il nasino all’insù restano increduli di fronte agli sbalorditivi incassi del comico: dopo i 7 milioni di euro del primo, altri 7 nel secondo giorno di programmazione. Increduli e soprattutto offesi: non si oltraggia così la settima (o decima, o undicesima, fate voi) musa, il popolo resti a casa a vedere De Filippi, nelle sale cinematografiche si va solo per soffrire.

Noi non solo ce ne fottiamo di critici e di maniaci, ma andiamo oltre, fino ad azzardare un discorso che tutto è tranne che provocazione (chi vuole, ne discuta nel merito – avendo prima visto il film – altrimenti taccia).

Il signor Zalone, in “Quo vado”, mette alla berlina, e definitivamente, l’idea del posto fisso: il tema è l’asse portante del film. Da oggi, al concetto stesso non si potrà più accennare senza esporsi al ridicolo e diventare pubblicamente bersaglio di frizzi e lazzi. Sempre il signor Zalone dice gentilmente e con il sorriso sulle labbra a decine di milioni di italiani (perché a questi numeri arriveremo nelle prossime settimane) che oggi famiglie, sessualità, religioni sono in evoluzione, libere e promiscue. Infine, nel film il comico (“qualunquista”, sostiene la Repubblica, vertice dello snobismo strapaesano del nostro giornalismo) non indulge mai, dico mai, alle diffuse pulsioni contemporanee dell’antipolitica. In “Quo vado” i vecchi politici sono tromboni ridicoli, i nuovi sono fanatici e arroganti. Ma gli imbroglioni e i corrotti siamo (una parte di) noi. Noi italiani, privi di etica del lavoro, svogliati e menefreghisti, mammoni e familisti.

Dite che sono cose che si sanno dai tempi di Alberto Sordi e della gloriosissima commedia all’italiana degli anni ’60? Bene, se non vogliamo dargli altri meriti, Zalone aggiorna il catalogo. Le malattie degli italiani sono cambiate, lui le mette in piazza con garbo feroce. Molti degli spettatori faranno finta di niente, parecchi penseranno che il Zalone-che-è-in-noi gli siede affianco ma non è lui, qualche intellettuale della minchia sarà pronto a dirvi che proprio la rappresentazione serve a giustificare e ipostatizzare i nostri difetti. Io penso invece che, dopo aver visto il film, anche nel più caprone di noi può fare capolino l’idea che la vita va conquistata e non gestita passivamente, che le differenze sono ricchezze, che nostro figlio può tranquillamente essere gay, che se le cose non vanno non è colpa dei politici, ma è colpa nostra.

Insomma “Quo vado” ci dice il contrario dei bombardamenti che subiamo dagli sfasciacarrozze del tempo, i Landini, i Salvini e i Grillo. Il film è una vera e propria lezione di civilizzazione, un potente antidoto all’antipolitica. Che va più a segno di qualunque sermone filosofico, di politica o di educazione civica, proprio in quanto gentile, leggero e popolare. E questo è quanto.