Mieli, Renzi e gli antisistema

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Paolo Mieli è tornato con frequenza al giornalismo scritto, e questa è una buona notizia: di norma, un suo editoriale vale la pena leggerlo. Anche stamattina coglie un punto, commentando le elezioni francesi di domenica. L’alleanza repubblicana tra Sarkozy e Hollande, che ha sconfitto la Le Pen, rischia di essere una vittoria di Pirro, dice in sostanza Mieli. Per la forza elettorale del Front National, ormai molto significativa, ma soprattutto perché i temi che solleva (sicurezza, finanza, élites, Europa) sono probabilmente destinati a crescere. Anzi certamente destinati – aggiungo io – se le classi dirigenti del continente non introdurranno con una certa rapidità novità sostanziali nelle loro politiche. E c’è da dubitare che ne siano capaci, al momento.

Dunque – al contrario di quello che sostiene, sempre stamattina, Cerasa – l’arroccamento dentro il fortilizio del vecchio sistema è rischioso, e finisce per rafforzare partiti e movimenti antisistema, che invece non vanno lasciati “fuori dal recinto delle responsabilità”, conclude Mieli. Naturalmente pensando e parlando dell’Italia, e segnatamente del M5S, il più accreditato interprete nostrano del sentimental mood sfascista.

E’ quando dismette i panni del giornalista e indossa quelli dello storico che però Mieli mi convince meno. Perché, a sostegno della sua tesi sul necessario inglobamento delle forze antisistema, fa riferimento ad un precedente – come dire – poco brillante: l’istituzione delle Regioni, voluta dalla Costituzione del 1948 e concretizzata nel 1970 dalla Dc, pur nella consapevolezza che avrebbe significato cedere pezzi del sistema (le mitiche regioni rosse) ad un partito antisistema come il Pci.

Ora, non discuto qui né la mossa tattica (abile), né i risultati concreti (catastrofici) delle Regioni. Il punto è che – con quella riforma e molte altre successive – furono sì allargate le maglie del sistema, ma pagando un prezzo enorme. Le tragiche politiche consociative degli anni ’70 gettarono le basi del disastro italiano, crearono la voragine dei conti pubblici, annullarono ogni sana dialettica politica, portarono all’implosione del sistema degli ultimi anni ’80 e alla presa del potere da parte dei magistrati nel 1992.

Vogliamo immaginare – mutatis mutandis – politiche simili oggi? Famo a capisse, Paolone. Se chiamare nel recinto della responsabilità il M5S significa votare finalmente con loro i tre giudici costituzionali, è un conto. Se – per dire – significa concedere loro il reddito di cittadinanza, per la modica spesa di 14.5 miliardi all’anno, è un altro. Nel primo caso, hai ragione, ma ammetterai che è poca roba. Nel secondo, hai torto marcio. Perché non si può neppure immaginare di prosciugare l’acqua in cui sguazza il populismo, allargando i cordoni della spesa o implementando la macchina pubblica.  Gli antisistema non si possono comprare, a differenza che nel passato. Non solo perché non ci sono margini per farlo, ma perché, se per caso lo si facesse, vincerebbero due volte: alimentandosi dello sfascio del sistema, successivamente prevalendo nelle urne.

E’ qui l’enorme sfida di Renzi, che sta combattendo il vecchio sistema, senza alcuna concessione agli antisistema. E al momento è l’unico leader europeo che con il populismo compete. Peraltro, finora, in modo vincente.