Perché funziona la Leopolda

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Il bias del sabato è oggi dedicato alla Leopolda.

Il tema della settimana è abbastanza  obbligato: quali bias comunicativi (ormai sappiamo di cosa parliamo: pregiudizi, luoghi comuni, stereotipi, errori sistematici dei media) si scatenano intorno ad una manifestazione come la Leopolda?

Partiamo dalla classica euristica dell’affettività, scorciatoia mentale che scatta quando la componente emotiva oscura la nostra capacità di giudicare razionalmente un evento. Nel nostro caso, impedisce di mettere a fuoco i contenuti della manifestazione, quantomeno separandoli dal (legittimo) giudizio su chi l’organizza e perché. Ogni anno, nel circuito mediatico, le ragionevoli domande “di che cosa si sta discutendo alla Leopolda?” o “ci sono nuove proposte e idee?” vengono sostituite dalla semplificatoria “che cosa penso di Matteo Renzi?”. Passano così in cavalleria interventi, tavoli di lavoro, proposte (spesso anche obiettivamente interessanti e innnovative) e l’attenzione si sposta sulla salute politica di chi la Leopolda l’ha creata. Quest’anno è più forte o più debole? E i suoi avversari? Sono nell’angolo o stanno per farlo fuori? Il tutto non sulla base di valutazioni razionali, ma semplicemente esaltando la coppia de panza simpatia/antipatia.Schermata 2015-12-12 alle 07.37.33

La seconda, tipica euristica in azione è quella della rappresentatività, che scatta quando valutiamo un oggetto/evento basandoci sulle caratteristiche tipiche della categoria a cui appartiene, ignorando le informazioni specifiche che ne fanno un oggetto/evento affatto diverso. Nel caso della Leopolda, la rappresentatività è data dallo stereotipo convegno/congresso politico, in cui la kermesse fiorentina viene inevitabilmente catalogata. Poiché il sistema non riesce a decodificarla diversamente, deve farla rientrare in un polveroso frame già scritto, quello dei lunghi interventi, delle ospitate, della relazione finale del segretario, delle correnti, delle trame di corridoio. In assenza di queste vecchie certezze, l’esercito di cronisti della Leopolda finisce per andare in cerca di meme – il “gettone nell’iPhone”, la Vespa sul palco, le canzoni di Jovanotti – che riempiano i quotidiani del giorno dopo, e lavora sugli invitati top, i ministri e gli scrittori (quest’anno si portano molto gli sportivi), nella spasmodica attesa di una battuta (soprattutto di una gaffe) buona per i titoli.

Come vedete, parliamo di euristiche scontate. Forse per questo invincibili, nella loro semplicità: non si può pretendere che il sistema mediatico si riconfiguri da solo, né che i contenuti della Leopolda vincano sull’inevitabile apparato comunicativo di contorno. Ma il punto è che non lo vuole Renzi: lui stesso ha più volte spiegato come politica, contenuti e comunicazione siano indissolubilmente legati nel suo modello di leadership, che proprio nello scenario della Leopolda ha preso il volo, e dove Renzi ha sempre sconfitto le euristiche andando loro incontro, aggirandone i tranelli, prendendole per le corna. Guidandole nella direzione voluta, invece che andandoci a rimorchio. Evitando così di farsene fagocitare.

E’ questa l’essenza del famoso storytelling in salsa renziana. Che vi sarà pure venuto a noia per come lo si infila dappertutto, ma da cui non si può prescindere. Chi ce ne ha descritto apocalitticamente il funzionamento – Christian Salmon – alla fine condanna tutti i politici della nuova era all’“autodivoramento” mediatico. Renzi (finora)  è in “fuga dal destino” attraverso quel mantra chiamato disintermediazione. Di cui la Leopolda è, più di ogni altro, luogo topico.

Tagliando le cose con l’accetta, la disintermediazione può avvenire in modalità diretta o indiretta. La prima prevede una comunicazione che riesca ad evitare ogni parete distorcente: il faccia a faccia, il discorso dal vivo, i social media. Renzi sa fare disintermediazione diretta, sia “live” che in rete, sostenuto e amplificato da un fitto network di simpatizzanti fortemente motivati, che fa proprio il pensiero del leader e – come si dice in gergo – lo “retwitta”. Ma c’è poi l’altro livello della disintermediazione da considerare, che fa la sua forza reale. Ed è la capacità di “anticipare” le dinamiche sdrucciolevoli della comunicazione, riempiendo i contenitori mediatici di contenuti coerenti, nella sostanza e nella forma, con i mezzi cui sono rivolti. Il risultato e che i media finiscono per veicolare con naturalezza ciò che lui stesso vuole che passi al pubblico. Senza eccedere in enfasi, è produzione di egemonia. Così la Leopolda, che è la casa di Renzi,  si conficca nella carne viva dello storytelling della politica italiana, ne diventa “centro di gravità permanente”. “Detta l’agenda”, come si dice. Non solo lungo i suoi tre giorni di vita, ma per un periodo più lungo, prima e dopo l’evento. Gli altri devono inseguire, se vogliono avere qualche chance di inserirsi nel flusso: lo fa Bersani nel 2010 con un’assemblea nazionale dei circoli, lo fanno i sindacati nel 2014 con la manifestazione contro il Jobs Act, lo fa oggi la minoranza del Pd in un incontro a Roma.

Eppure anche la disintermediazione, fine a se stessa, rischierebbe di servire a poco, se non facesse leva su un concetto-chiave, su una tensione costante. Finora il leitmotiv simbolico, sempre ricorrente alla Leopolda, è stato il futuro. Basta dare un’occhiata agli slogan dell’escalation renziana nel corso degli anni. Dalla prima edizione (“Prossima Fermata Italia”), che esplora da Firenze il mondo circostante e getta il seme della scalata nazionale, al “Big Bang” del 2011, esplosione dell’universo renziano, che comincia ad espandersi non più come fenomeno locale e di provincia. E poi lungo le successive edizioni. “Il meglio deve ancora venire”, “Diamo un nome al futuro”, “Il futuro è solo l’inizio”: il topos è lo stesso, le sfumature sono nella declinazione. Quest’anno c’è un cambio di passo, in qualche misura obbligato: nessun titolo più de “La terra degli uomini” potrebbe rappresentare meglio il presente; nessun logo più del mondo che abitiamo potrebbe meglio descrivere le tensioni e le incertezze dell’attualità. Il punto è che, se la Leopolda si ferma anche solo per un attimo a inquadrare il presente, può smarrire se stessa, perdere appeal, forza e capacità di dettare agende. Nulla può farle male quanto l’ingresso nel loop stanco dell’intermediazione. Faccia dunque i conti con la complessa concretezza della quotidianità da affrontare, ma mantenga sempre un punto di vista dissacrante, autonomo, sfidante. Sappia sempre stupire: questo ci si attende domani mattina da chi se l’è inventata.

(Hanno collaborato Massimiliano Pennone e Nicolò Scarano)