La Leopolda verso la crisi del settimo anno

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Se proprio vogliamo dirla tutta, è un miracolo che ancora si faccia, la Leopolda. E’ difficile immaginare anche in un cantone svizzero – figuriamoci nell’Italia dei permanenti brontolii e delle quotidiane risse da bar – una affollata e civile manifestazione di appassionato ed esplicito sostegno ad un governo, della durata di giorni tre, con un pubblico capace di ascoltare con una certa attenzione ministri che elencano le prodezze compiute in talk show con domande telefonate, eroico al punto da sciropparsi senza protestare le soporifere filippiche di Bassanini, i sofisticati sussurrii di Giuliano Da Empoli e finanche un serioso manager di mezza età (Sala) che deve giocare a fare il gggiovane simpatico. Vuol dire che il governo ha una sua persistente base di consenso. Non mi rispondete con la banalità che qui ci sono i fans di Renzi. È vero, ma si percepisce che il genuino entusiasmo della Leopolda può continuare a generare fuori di qui forti motivazioni e – di conseguenza – vittorie.
Quello che non sta funzionando è il format. La Leopolda ha sempre fatto agenda, come ho sostenuto qui. Non ci sta riuscendo quest’anno. Per esempio la Leopolda sfrontata degli anni scorsi avrebbe messo in scena la Boschi ieri sera, rispondendo con tempismo ad una campagna odiosa, e dettando i tempi ai media. Per esempio ci avrebbe risparmiato la parata centellinata dei ministri. Per esempio avrebbe evitato il gioco fesso e un po’ di regime del “peggior titolo di giornale”. E così via.
Matteuccio, affronta per tempo la possibile crisi del settimo anno. Non sognarti di richiamarci qui l’anno prossimo per una specie di congresso di partito. Abbiamo già dato.