Sulle divergenze tra il compagno Lavia e noi

banchetti

Mario Lavia mi dà torto sul weekend dei banchetti, che non giudico un’iniziativa brillante. Anche se – per farlo – banalizza un po’ le mie tesi. Non ho sostenuto, per la verità, che i banchetti siano démodé. Ho detto che banchetti, gazebi, volantinaggi e iniziative varie di partito non hanno senso per propagandare il già fatto, ma per creare consenso sul da farsi.

Per spiegarmi meglio: penso che il partito debba stare un passo avanti, rispetto al governo e a Renzi. Deve promuovere e sostenere campagne, pungolare il governo ad essere meno timido o conciliante su punti qualificanti del suo programma, deve scendere in campo quando determinate riforme sono contrastate, etc… Deve essere, insomma, un soggetto attivo e vivo. Un interlocutore battagliero, fiero del suo governo e capace di mobilitarsi, da solo, quando ci sono in ballo obiettivi veri e significativi. Non un megafono.

Dice Mario: comunque sempre meglio esserci, sia pure con i banchetti e solo per propagandare. Meglio organizzarlo, questo piccolo esercito, piuttosto che demotivarlo. E qui è la diversità sostanziale del mio punto di vista.

Chiamare militanti stanchi e delusi a ripetere riti vecchi è come dare metadone ai tossici. Significa illuderli per un giorno che la crisi strutturale (di rappresentanza, di mission) del partito sia giusto un problema organizzativo e di “volontà politica”. Significa illuderli che contino qualcosa: mentre da domani torneranno le polemiche di routine, gli scontri interni e i titoli dei giornali sul “Caos nel Pd”. E significa illuderli che le 700mila persone contattate fugacemente in un weekend (dati dell’Unità: l’ascolto medio di una mattinata di Omnibus e Agorà), perlopiù vecchi iscritti e militanti incazzati, possano essere il veicolo giusto per mantenere un contatto con quel 40% di italiani che deve continuare ad essere il target del partito di Renzi.

Purtroppo non è così, caro Mario. La mobilitazione di questo weekend rinfocola (forse) il rapporto con il Pd di persone che – lamentandosi, protestando, bestemmiandolo – andranno a votarlo finché saranno in vita. Le altre persone, quelle che vanno a fare shopping e fanno vincere le elezioni, non si convincono con le astruse e (molto spesso) autoreferenziali discussioni cui sono abituati i militanti di partito. Tra chi vive da decenni in un partito e i cittadini normali, c’è un abisso di linguaggi, di modalità relazionali, di priorità di vita e di interessi. I cittadini normali – cioè la maggioranza degli italiani – non si conquistano con i banchetti. Anzi, direi che non si conquistano e neppure vanno conquistati. Pensano, ragionano e scelgono da soli, per fortuna.