No, non è uno scontro di civiltà

parigi

Continuo ad avere idee confuse sul dopo-Parigi, e rivendico le mie incertezze; d’altronde non mi pare che circoli qualcuno con le Tavole della Legge tra le mani. Sono incerti i governi (e, se per caso non lo fossero, farebbero bene a non distribuire strategie al primo pennivendolo che passa). Dal diluvio di interviste ad intellettuali, storici e filosofi di razza, emergono riflessioni importanti, ma sono variopinti tasselli di un puzzle che non si compone. Per il resto, nell’oceano impazzito della rete, ognuno dice la sua sulla base di pulsioni di pancia o furori ideologici. Non è roba per me. In assenza di verità rivelate, coltivo serenamente i miei scetticismi.

Di una sola cosa sono sufficientemente certo. Quando questa storia troverà un punto di approdo – più o meno sconfitto l’Isis, boots on the ground oppure no, grande coalizione internazionale o anche no, con la Russia o senza, con l’Europa o in ordine sparso – in ogni caso il mondo che ci sarà riconsegnato sarà sempre più come quello che ho visto domenica scorsa nella metro di Napoli, alle 7.30 di mattina.

Nel mio vagone c’erano 18 persone. 5 di questi esseri umani erano con una certa evidenza indigeni. Gli altri 13 erano donne ucraine, ragazzi dello Sri Lanka o della Nigeria, un marocchino (presumo) di mezz’età, un indiano con il turbante, due turisti forse tedeschi, un paio non facilmente individuabili per ceppo di origine. Quanti di questi miei simili fossero di religione musulmana, non so. Presumo alcuni.  

“Il multiculturalismo è la realtà del mondo moderno. E va fatto funzionare”, dice oggi il Financial Times. Sono convinto che la pensino così anche Giuliano Ferrara e tanti miei amici che sono schierati ventre a terra per la “guerra” (messa tra molte virgolette, come si faceva una volta nei giornali quando non c’era notizia. Al momento, la chiamata alle armi non da risposte a nessuna delle canoniche W: who, what, when, where, why). Se e quando ci sarà, la “guerra” ci costringerà a chiudere frontiere, ci indurrà a creare barriere, a ripescare improbabili, inesistenti, ridicole identità. E i danni che questo ritorno a dinamiche tribali inevitabilmente produrrà, saranno assai maggiori dei morti che inevitabilmente si lasceranno a terra.

Per cui, lasciando da parte i Salvini e le Santanché (che sono multiculturali come tutti noi, ma non possono dirlo per infime ragioni di bottega), l’invito che faccio ai miei amici è questo, ed è accorato: vi prego, non mettiamola sul terreno dello “scontro di civiltà”. Lasciamo perdere Huntington. E pure Ratzinger a Ratisbona. Facciamo quello che è strettamente necessario per sconfiggere i terroristi, se ne siamo in grado, ed esponiamo sempre altissima la bandiera del nostro bel mondo aperto, accogliente e curioso, multiculturale e multirazziale.

Ciò detto, me ne torno alle mie incertezze.