La sinistra e il nuovo

fasdat

Non riesco proprio ad appassionarmi alle vicende di Fassina&C. Poi vi dico perché, prima rispondo alla prevedibile domanda: allora perché ne scrivi? Per due motivi, a pensarci. Perché lì c’è parecchia gente con cui ho condiviso in passato un’appartenenza: rivedo in loro antiche reminiscenze di un modo di pensare, di metodologie di analisi della realtà, di linguaggio e di prassi politica che conosco. Per cui mi ritrovo a leggere le cronache del Quirino e a vivisezionare il video del “Bella ciao” con lo stesso interesse di un archeologo di fronte a nuove rovine. Poi perché i nostri sono forti mediaticamente: essendo residuo di una vecchia società, i giornali – residuo parallelo – ne parlano molto. Hanno gli stessi codici interpretativi della realtà. Spesso i giornalisti vengono dal variegato mondo della sinistra e delle sue paturnie; anche quando non è così, sono comunque in grado di scrivere sulla sinistra, perché ne conoscono a memoria riti, liti, miti e tic; non devono faticare (concetto offensivo, per la categoria) ad indagare e capire un fenomeno nuovo.

Ma è proprio questo, al di là della malata attenzione alle cronache di giornata, il motivo per cui Fassina&C non mi appassionano, e tantomeno mi preoccupano. Perché non sono portatori di nulla di nuovo. Ma proprio nulla di nulla: neppure una parola, un concetto, una proposta di un qualche interesse. Mi interessano (e mi preoccupano) i grillini. Non li capisco, non ne condivido le posizioni, ma – quando posso – cerco di studiarli. Se incontro un simpatizzante cinque stelle, lo interrogo per capire le sue ragioni, le istanze di cui è portatore. E mi accorgo che sono pulsioni contemporanee. Mi interessano i leghisti (sì, i leghisti), da cui sono abissalmente distante. Cerco di capire le radici profonde di quell’inarrestabile grumo di risentimenti da cui sono animati: anch’essi moderni, legati ad una spiegabile resistenza verso una società sempre più aperta e interconnessa. Riescono ad interessarmi i periodici tentativi di creazione in vitro di improbabili leadership. Mi capita di soffermarmi sulle interviste ai blackbloc o ai Casa Pound. Mi interessano tutti i fenomeni, anche minuscoli, purché legati in qualche modo alla trasformazione del mondo in cui viviamo.

Insomma mi stuzzicano le cose inedite, non ancora esplorate o comprese. Le cose nuove. E qui veniamo al punto, lo so. Quello che non piace alla sinistra di Fassina&C è proprio il nuovo. In sé. Un terrore declinato con mille sfumature: dal “non tutto il nuovo è per forza di cose buono” alla pura, semplice e globale nostalgia del mondo che fu, passando per la derisione delle “smanie nuoviste”, la lotta alla rivoluzione “neo”liberista, e via intristendosi. In una difesa – per forza di cose accidiosa e melanconica – di un mondo vecchio, che non tornerà. Come sanno tutti, loro compresi. Per questo ieri non si scorgeva, al Quirino, un sorriso, un momento di gioia, un lampo di speranza, ma abbiamo visto solo la foto cupa e seppiata di un ceto politico paralizzato dalla fottuta paura di misurarsi con la vita e la sua bellezza. Che è imprevedibilità, incessante scoperta, avventura, ignoto.

Forse capii male io, quando diventai di sinistra perché la sinistra voleva cambiare il mondo. O forse sono i Fassina&C ad impossessarsi oggi di una parola che è diventata un feticcio, buono a tutti gli usi. Comunque sia, sono queste le ragioni per cui non mi interessano, quelli del Quirino. E tantomeno mi preoccupano.