La Terra dei Fuochi Fatui

fuochi

Quando la rappresentazione teatrale “Terra dei Fuochi” fu messa in scena (era l’autunno 2013) scrissi alcuni post sul tema dicendo la mia, e suscitando polemiche, anche piuttosto becere (vedi sotto). Passò qualche mese, e Salvatore Merlo fece un bel reportage per il Foglio, raccontando parecchie verità. A distanza di due anni è stato prodotto e presentato qualche giorno fa il primo studio scientifico sul territorio campano: il 97% è sano e incontaminato. La Terra dei Fuochi, per come ce l’hanno descritta, non esiste. C’è un’emergenza, nota, e riguarda le ecoballe da smaltire. In sostanza l’immondizia accumulata in territorio casertano, che non è raccolta e lavorata dentro adeguati macchinari denominati termovalorizzatori, e viene invece bruciata (i famosi Fuochi…) prevalentemente da cittadini incivili e ignoranti. Gli adeguati macchinari non li hanno voluti amministratori pusillanimi e ricattati da fomentatori politici di tutte le risme: vecchi estremisti di sinistra, nuovi millenaristi vestiti da grillini, preti a caccia di visibilità, finte mamme coraggio. Amen. 

Mo’, se avete la forza, leggetevi il dossier di due anni fa. E’ lungo…

9 ottobre 2013 – Fuochisti di professione

Ora va molto di moda don Patriciello, nel napoletano. E’ un prete vestito d’azzurro. Organizza e dirige cortei contro i roghi, contro i termovalorizzatori, contro i politici, lo Stato, contro tutto. Protesta, invoca, si dispera, preferibilmente a favore di telecamere. Ma delle imponenti mobilitazioni che lancia non si conoscono gli obiettivi. Perché i cumuli di immondizia sono lì, a marcire per strada, per congiunte inadempienze di amministratori incapaci e di gente incivile. Perché i roghi che seguono non vengono appiccati dallo Stato ma dai cittadini (che siano più o meno camorristi, ce lo dicano le autorità competenti, nel frattempo i cittadini perbene denuncino). Perché l’immondizia da qualche parte va smaltita, e o fai i termovalorizzatori oppure fai arricchire con i nostri soldi olandesi e tedeschi, che con la monnezza campana bruciata ci campano (e bene, fino a prova contraria).

Ma lui ai termovalorizzatori si oppone. Lui preferisce andare a celebrare il funerale di una bambina “uccisa da una grave forma di leucemia infantile, altra piccola vittima del degrado ambientale di questa nostra terra” (così ha dichiarato qualche giorno fa il piccolo sciacallo, lucrando visibilità sul dolore della povera gente, decidendo lui – al posto di Dio o della scienza, fate voi – le ragioni di una morte). E, nel frattempo, mette insieme il caravanserraglio: amministratori locali al di sotto delle necessità, ragazzi che giocano alla rivoluzione, Zanotelli che si materializza ovunque ci sia un casino, donnone da pubblico televisivo, politici colpevoli che salgono sul carro, associazioni di produttori che “lanciano l’allarme”. Tutti in corteo, per “gridare la rabbia”. Quanto al da farsi, se ne occupino altri: Stato, regione. Purché portino altrove la monnezza (e ci diano pure un po’ di soldi, perché quelli non fanno mai male).

                                                                    * * *

Poi scopri che c’è anche chi cerca di ragionare, come Annamaria Colao, una persona competente e perbene che stamattina dice cose misurate e sagge sul Corriere del Mezzogiorno. Ma è una goccia nel mare della vergognosa demagogia imperante. (Ho l’impressione che finanche il marito non l’ascolti granché, visto che pure lui – governatore della Campania – preferisce partecipare ai fuochi politico-mediatici dell’ignoranza esibita). Ecco l’intervista.

«C’è una cosa che mi stupisce, sa?».
Cosa?
«Non sappiamo cosa mangiamo, e ci preoccupiamo».
Giusto. E allora?
«Be’, trovo strano che ci si allarmi per una mela che neppure si sa se sia nociva o meno, e invece si continui a fumare e ingrassare. A fare cioè due cose che, al contrario del cibo, sappiamo con certezza che aumentano il rischio del cancro».
Annamaria Colao, endocrinologa, professore ordinario alla Federico II, presidente della European Neuroendocrine association, è stata tra i relatori del convegno organizzato dalla Camera di Commercio. E l’allarme sull’aumento dei casi di tumore nella Terra dei Fuochi, dati scientifici alla mano, non lo condivide.
Che fa, contesta i numeri dei medici di base che parlano di un’impennata di queste patologie?
«Vorrei vederli pubblicati su una rivista scientifica. Io, ad esempio, posso sostenere che oggi vedo una Tiroidite di Hashimoto al giorno, mentre prima ne capitava una ogni sei mesi: dirlo così, però, non serve a niente. Bisogna indagare le cause, e magari si scopre che l’impennata di queste patologie è dovuta alle terapie con sale iodato somministrate per prevenire il gozzo. Considerazioni analoghe a questa vanno fatte per ciò che accade in quei territori».
Le mamme però dicono che lì i bambini muoiono come mai prima d’ora. Non basta?
«È un dramma, e da mamma lo comprendo eccome. Ma i bambini muoiono dappertutto, non solo in Campania. E in quell’area non ci sono dati epidemiologici che testimonino un aumento della mortalità infantile».
Non pensa che ci possa essere un nesso tra rifiuti, alimenti e malattie?
«Io devo valutare dati scientifici. E, soprattutto, devo spiegare che non ci si ammala per una sola ragione. Il cancro, cioè il terrore principale di queste persone, è provocato dall’abbassamento della sorveglianza del nostro organismo. E quest’abbassamento si può avere per tanti motivi: fumo, alcool, virus, predisposizione genetica».
Dice che è solo una questione di destino cinico e baro?
«Dico che la Campania è la regione con il tasso di obesità giovanile più alto d’Italia. E, se tutti sanno che l’essere grassi aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, forse non tutti sanno che quella obesità predispone anche al cancro».
Sia sincera, non crede all’allarme sul cibo contaminato?
«È giusto avere una sorveglianza su ciò che mangiamo, ma andrebbero innanzitutto eliminati i comportamenti che sono certamente a rischio. Mangiare troppo, fumare, bere: sono tutti fattori che aumentano il pericolo di ammalarsi, eppure si continua a farlo. Però poi ci si preoccupa di un cibo che neppure si sa se davvero faccia male».
Quindi ha ragione il ministro della Salute Beatrice Lorenzin? La colpa è degli stili di vita?
«Quella frase, estrapolata così, è un errore. Ma è certamente vero che lo stile di vita incide: se mangio correttamente, non fumo, non bevo e faccio sport, ho da 3 a 10 possibilità in meno di avere il cancro rispetto agli altri. E non sempre l’ambiente dove si vive è determinante. Guardi, è un po’ come accade per l’innocente: se lo metti in carcere gli viene il cancro, ma questo non vuol dire che la galera provoca tumori o che sia inquinata. E poi attenti ad allarmare troppo la popolazione, ci si può ammalare anche per lo stress».
G. A.

10 ottobre 2013 – Lo scienziato

Il dottor Marfella è l’esponente più rilevante e conosciuto della comunità scientifica che lavora sui dati epidemiologici della Terra dei Fuochi. Come potete leggere dal post che ha appena pubblicato,  si tratta di uno scienziato vero.

“Sto rientrando adesso da Roma dopo trasmissione Uno Mattina con la mamma di Antonio, stroncato da un rarissimo e aggressivo cancro al cervello, Marzia Cacciapuoti, e dopo una stressante e intensa audizione al Senato della Repubblica Italiana dove addirittura non sono riuscito esaustivamente a rispondere a tutte le domande ricevute da pressocche’ tutti i senatori presenti al punto tale che il Presidente mi ha invitato a rispondere per iscritto al Senato da casa nei prossimi giorni. Ho seguito la stampa di questi giorni e ora , dopo il “nulla” Adinolfi, leggo ben riportata in evidenza dalla stampa, le dichiarazioni dello “spin doctor” di D’Alema, di Lettieri e di tanti altri “disgraziati” come loro tale Claudio Velardi. Questo squallido individuo, dichiarato lobbista al soldi di chiunque lo paghi piu’ degli altri, e famoso per i colori dei maglioni che cambia ogni giorno come i partiti e i lobbisti che serve, ha osato offendere un Profeta come Padre Maurizio, come da tempo ho definito il mio “profeta del fuoco” e, per non farlo sentire solo, ha offeso pure il mio “profeta dell’acqua” padre Alex Zanotelli. come in piu’ occasioni pubbliche ho dichiarato, io sono stato “convertito” alla attenzione sull’ambiente e ui disastri sanitari in regione campania da Padre Alex Zanotelli e ho formato , sono amico e soprattutto fedele devoto a Padre Maurizio Patriciello. Quante volte ci siamo abbracciati io e Padre Maurizio piangendo lacrime disperate in occasione di funerali ma anche e soprattutto dopo che accompagnai Padre Maurizio a sentire il pentito Schiavone a Roma a cui dono’, in silenzio, la sua inseparabile Croce dal collo . Quante lacrime amare ho versato da solo in questi anni in cui abbiamo dovuto combattere le lobbies assassine che hanno avvelenato e avvelenano la Campania e che riempiono di soldi i lobbisti come Velardi. Cosa puo’ comprendere Velardi del nostro dolore e dei meccanismi di avvelenamento della nostra terra avvelenata dalle lobbies che finanziano Velardi? Velardi al massimo puo’ avere una idea di come abbinare il colore del maglione che indossa al partito che lo paga oggi per distinguersi dal partito che lo pagava ieri. “Ogun dal proprio cuor l’altrui misura” cantava il poeta. e Velardi non puo’ neanche immaginare che esistano persone come Padre Maurizio , Padre Alex, Antonio Marfella, che si fanno ammazzare, piangono e si rovinano la vita solo per amore della propria Terra, dei propri fratelli e compatrioti.
Da sempre anche io subisco la domanda “chi ti paga?”, perche’ questi uomini vili e malvagi non sanno vivere senza avere soldi per prendere in giro altri uomini, a vantaggio del lobbista di turno che li paga. Vergognati, Velardi, essere ormai inutile , immondo e soprattutto disoccupato alla ricerca di un nuovo lobbista. Sei stato uno spin doctor, ora sei soltanto uno STIR DOCTOR, …per noi la munnezza va tutta riciclata, ma esseri immondi come te, non discuto neanche un secondo in piu’ e concordo pienamente che vadano inceneriti. Un essere immondo come te non è degno di essere ancora riciclato in qualche altro partito , neanche di lobbisti assassini come quelli che hai servito sino a ieri. Antonio Marfella”

15 ottobre 2013 – Ancora sulla Terra dei Fuochi

  1. Dal diluvio di commenti seguiti al mio post su don Patriciello (insulti in larghissima prevalenza, imbarazzate difese degli amici), estraggo quello di Paolo Cecchini: “Sig. Velardi, lei rappresenta ciò che il popolo ormai disprezza, una casta di privilegiati improduttiva e saccente, invece di fare l’intellettuale scenda in piazza al fianco della gente come don Maurizio, vada anche lei ai funerali, forse comprenderà qualcosa della vita“. Penso che Cecchini fotografi abbastanza bene lo stato delle cose, e non credo che la questione riguardi il sottoscritto (non a caso attaccato dai più per i suoi lontani trascorsi di “politico”, amico di Bassolino e D’Alema, etc…). Il problema va ben al di là. A voler banalizzare, diciamo che torna attuale un tema che, in tutt’altri contesti, si discuteva 40 anni fa, quello dell’esistenza di “due società” che non si conoscono e non si parlano.

  2. La rete (che non è altro che un distillato del mondo reale) aiuta a capire di che si tratta. Da una parte ci sono persone che non sono (più) di sinistra e non sono (spesso) di destra. Tifano per il Napoli e piangono la morte del cantante degli Alunni del Sole. Sono contrari all’amnistia e amano papa Francesco. Maledicono Priebke anche da morto e rimpiangono il Regno delle due Sicilie. Vogliono che Berlusconi vada in galera e la Franzoni ci resti. Un mix di sentimenti, pulsioni e convinzioni che nessun contenitore politico può presidiare a lungo. (Per ora lo fa Grillo, ma è un veicolo temporaneo). Dall’altra parte c’è la “casta” (non c’è altra definizione possibile, piaccia o no), la cui parte più esposta (e debole, secondo me) è la politica. Ma dentro sono compresi magistrati e giornalisti, gerarchie ecclesiastiche e ogni burocrazia, intellettuali, tecnici. Tutti coloro che non comprendono, non vedono, perché non sanno. Perché vivono altrove, sono fisicamente distanti e – soprattutto – sono altrove mentalmente e culturalmente. Solo coloro che condividono sono vicini, possono comprendere. Questa è la foto che scatta Cecchini.

  3. Ma come e che cosa condividere? C’è da condividere – prima di tutto umanamente, mi viene da dire – il dramma di una terra che vive da sempre in condizioni pessime, e nella quale sta progressivamente prendendo forma una vera tragedia: la somma di un visibile suolo degradato e di un nascosto sottosuolo devastato, in cui da decenni vengono sversati rifiuti di ogni genere, molti dei quali (non sappiamo bene quanti) tossici. Una terra non presidiata da nessuno, sopra e sotto. Certamente non dallo Stato, ma neppure dai cittadini, che hanno subito l’occupazione della criminalità organizzata, e (va detto) l’hanno anche tollerata o avallata (come dappertutto nel Mezzogiorno). Nella “terra dei fuochi” camorre e illegalità diffuse si sono sommate e accavallate, nella colpevole assenza delle istituzioni. Per cui la prima risposta è (deve essere): condividere un vero e proprio patto che preveda una rinnovata ed efficace presenza dello Stato e la crescita di un nuovo civismo (qui non criminalizzo nessuno: sta parlando un napoletano, non un cittadino di Stoccolma). Un piano – come si capisce – a lungo termine, che deve avere come fondamento la cultura del dialogo permanente, dello scambio di esperienze, appunto della condivisione. Non quella dell’estremizzazione di un conflitto che dovrebbe riguardare le cose nella loro nuda serietà, e invece esaspera i timori di tutti, alimenta paure irrazionali, separa territori tra loro contigui, rischiando di diventare (non esagero) un tragico conflitto etnico. Rendendo incolmabili le distanze e irrisolvibili i problemi.

  4. Ecco la sostanza delle mie critiche all’esasperazione delle tensioni che dalla “terra dei fuochi” si espandono (come si è visto ieri negli incidenti di Napoli) ed anche alle esasperazioni del linguaggio (le frasi di don Patriciello che non mi sono per niente piaciute). Dalla tragedia si esce solo studiando insieme il da farsi: politica, media, scienza, territori. Condividendo dati, modalità e tempi di intervento, progetti concreti di bonifica e di rinascita dell’area. Non c’è altra via d’uscita. In fondo, si tratta di comprendere e inverare le parole che proprio l’altro ieri – e meglio non poteva – ha pronunciato Angelo Spinillo,  vescovo di Aversa: “Dobbiamo adottare un nuovo stile di vita fatto di attenzioni e persone che dialogano”. E’ l’indicazione di un cammino di speranza e di fiducia che tutti dovrebbero raccogliere.

3 dicembre 2013 – La terra dei chiacchieroni

Letta, Presidente del Consiglio: “Per la prima volta le istituzioni nazionali affrontano l’emergenza terra dei fuochi”. Realacci: “Provvedimento importante, permetterà di affrontare meglio l’emergenza bonifiche”. Di Girolamo, ministro delle Politiche agricole: “Ok al decreto sulla terra dei fuochi in Consiglio dei ministri”. Orlando, ministro dell’ambiente: “Approvato decreto Terra dei fuochi, afferma un principio fondamentale: tutela ambiente è tutt’uno con lotta alla criminalità organizzata”. Romano, presidente del Consiglio regionale della Campania: “Un’ottima notizia per la Terra dei Fuochi: il Governo ha approvato il decreto legge, è una svolta per l’ambiente in Campania”.

Manfredi, deputato Pd: “L’approvazione in Consiglio dei ministri del decreto sulla Terra dei fuochi rappresenta un nuovo punto di partenza per il lavoro di risanamento della Campania”. Patriciello, prete: “Ben venga la repressione, ma ora serve la mappatura delle terre inquinate. Ora servono interventi a monte, leggi in grado di bloccare il fenomeno degli sversamenti abusivi sulle nostre terre di rifiuti provenienti da tutto il territorio italiano”. Caldoro, Presidente della regione Campania: “Dal governo ok alle richieste della Regione e dei cittadini. Parte il lavoro comune sulla Terra dei fuochi”.Cantone, giudice: “Al di là della repressione e delle prevenzione occorre che le istituzioni facciano chiarezza sui livelli di inquinamento di questi territori”.Vito, Presidente della Commissione Difesa della Camera: “Prendo atto con soddisfazione dell’annunciato inserimento nel decreto legge sull’emergenza nella Terra dei fuochi della possibilità che, nel contrasto alla criminalità ambientale, siano impiegati anche i militari”. Carpentieri, segretario Pd di Napoli: “Il decreto sulla Terra dei fuochi appena approvato dal governo è un provvedimento di enorme importanza per la nostra intera comunità”.

Così la classe dirigente nazionale e campana sul decreto del governo che stabilisce pene severe per il reato di combustione dei rifiuti, definisce la perimetrazione delle aree agricole e stanzia 600 milioni per le bonifiche.

Decine di dichiarazioni in due ore. Nessuno di questi signori della chiacchiera che dica una sola parola su dove verrà smaltita l’immondizia prodotta in Campania (300kg all’anno per ogni singolo abitante). Tanto nessuno se ne frega. Quando in Italia non si sa cosa fare, si stanziano dei soldi e si fa una legge. Con dichiarazione incorporata. E questo basta e avanza.

8 febbraio 2014 – dal Foglio

Poi, improvvisamente, scopri che esiste ancora chi fa il mestiere del giornalista. Il reportage di Salvatore Merlo (bravo, davvero!) sul Foglio di oggi è un brandello di verità nel mare della torbida comunicazione dei cialtroni amorali (movimenti, finti scienziati, preti, talkshowisti, politici, amministratori). Strana sensazione, sentire parlare la realtà. 

Giugliano, provincia di Napoli. Una decina di ragazzetti maschi e femmine, zingarelli scurissimi, cenciosi, i capelli di pece e le narici fervide, mobili come passeri e diffidenti come gatti. Sfilano scalzi lungo la strada statale, alle spalle dell’immensa discarica sequestrata. Seguono una scalcinata serpentina d’asmatici furgoncini, Ape Piaggio dall’aria decrepita e stracarichi d’ogni tipo di rifiuti cittadini, vecchi copertoni d’auto, chili di cavi elettrici ancora coperti di plastica, dimenticate videocassette Vhs, dischi in vinile, scarpe rotte. Per niente intimoriti dalla presenza d’estranei, che devono aver rapidamente giudicato inoffensivi, imboccano una stradetta tortuosa che s’addentra come un’ansa di fiume in una campagna rigogliosa e infernale, sudicia come un sobborgo cittadino, tra un albero da frutto e la carcassa d’un frigorifero, un mezzo salotto sfondato e abbandonato così, in mezzo all’erba e al fango. I movimenti dei bambini sono una danza leggera e confusa, un moto da telaio intorno alla catasta di robaccia che stanno costruendo in una radura che ha la superstrada come orizzonte. Preparano un cumulo di monnezza cui sarà dato fuoco nel corso della notte, ammonticchiano spazzatura su spazzatura e calpestano altra, preesistente spazzatura: carte d’imballaggio, di maccheroni, fogli di quaderni, a liste, a pallottole, a foglie morte, a trucioli e a coppetti, carte e bucce di arance, bambole decapitate, senza dire dei resti di quella che sembra plastica fusa, catrame e una strana, mefitica guazza oleosa su cui questi ragazzini sciamano scalzi con surreale e infantile allegria. La chiamano Terra dei fuochi.
E tentare di raccapezzarcisi, all’inizio, dà le vertigini. Incredibile è la parola che ci vuole. Ma incredibile è anche l’Italia, e bisogna andare in Campania per constatare quanto è incredibile l’Italia, con le sue follie, il suo circo mediatico. Che cos’è l’emotività, come si scatena una psicosi in una terra in cui la disgrazia è il prolungamento della normalità? Me lo chiedo mentre passeggio su un campo coltivato a fragole nelle campagne di Giugliano, a mezz’ora di macchina da Napoli. Se sollevo appena lo sguardo ho di fronte la recinzione della più grande discarica abusiva della Campania, appezzamenti di terra imbottiti di schifezze, duecento chilometri quadrati avvelenati dal clan dei casalesi in quasi vent’anni di attività criminale e oggi sequestrati. Ma le fragole di Giugliano, come dice il contadino che le guarda amorevole e preoccupato, “sono buone”. Sono cioè commestibili, sane, non contaminate. Lo dice il Nucleo anti sofisticazione dei carabinieri, il Nas. Da tre anni è in corso, con i pochi mezzi della regione, un lungo processo di messa in sicurezza per oltre duemila chilometri quadrati intorno al cuore marcio della discarica. Ma la televisione, il New York Times, le telecamere di mezzo mondo sono arrivate soltanto adesso, e con allarme, dopo le parole di Carmine Schiavone, pentito di Camorra, appena uscito dal programma di protezione, ospite fisso dei talk-show di La7, Sky e Mediaset, autore di rivelazioni ancora prive di riscontri e giudicate poco attendibili o estremamente generiche dai magi- strati. Ma non dai giornalisti. Schiavone sta per pubblicare un libro, offre anche due, tre, interviste al giorno. Nel salotto di casa, sul caminetto, ha appeso un foglio, è un carnet d’appuntamenti con giornalisti di mezza Europa, francesi, inglesi, svedesi, anche americani. A ciascuno ripete: “Qui moriranno tutti di cancro”. E non solo i giornalisti, ma anche la popolazione crede più a lui che ai carabinieri, ai funzionari dell’Asl, ai medici dell’Istituto superiore di sanità. Qui il mondo è sottosopra, povertà e collusione, corruzione e ignoranza, decenni di mala gestione amministrativa hanno come ispessito un atavico sentimento di diffidenza, l’idea spagnolesca che lo stato sia ostile e un po’ nemico. La famiglia è l’unico istituto veramente vivo nella coscienza del napoletano, lo Stato – con la esse maiuscola – è fuori: impone le tasse, il divieto di sosta, i carabinieri; è un’entità realizzata dalla forza ma che si può aggirare con la furbizia e la lusinga. Dunque è prepotente e anche un po’ cialtrone, meglio diffidare. Così quando il dottor Mario Fusco, il responsabile regionale del registro tumori, esprime perplessità, dice con cautela di medico e funzionario che “i dati scientifici non dimostrano ancora nulla”, “andiamoci piano”, “le cause di neoplasia sono molteplici”, alla meglio viene snobbato, alla peggio gli danno del politicante, del servo, persino del camorrista. Eppure anche Umberto Veronesi, l’oncologo, il luminare, ha detto la stessa cosa in un’intervista al Mattino di Napoli.  Ecco, adesso abbasso lo sguardo e ci sono invece le fragole di Giugliano, coperte da una leggera e morbida peluria, sono il frutto più delicato che ci sia. La prima piantina dista appena trenta metri dalla discarica dei veleni. Ed ecco il paradosso: il contadino le mangia queste fragole, e le vende. Queste di Giugliano sono forse le fragole più controllate del mondo, e sono fragole sane, pulite, commestibili, lo hanno certificato le analisi del Nas dei carabinieri e anche quelle del commissario speciale per la bonifica di quest’area infelice, la ex Resit. Dice Umberto Veronesi: “Allo stato attuale delle conoscenze ci sembra di poter escludere che i vegetali che crescono in questa zona siano inquinati, perché le radici delle piante sono un filtro molto selettivo per le sostanze tossiche”. E non c’è un solo prodotto agricolo di questa area che sia risultato nocivo per la salute, contaminato. “Ma come si fa a dirlo? Non posso nemmeno dirlo, non ci crede nessuno, dicono che sono colluso. Mi insultano”, esplode Mario De Biase, il commissario alla bonifica, salernitano, ex funzionario del Pci, uomo burbero, compenetrato nella sua difficile funzione, ma pragmatico, senza orgogli luciferini. E il commissario alla bonifica quasi si strappa i radi capelli dalla testa. La grande distribuzione internazionale continua a comprare, effettua i suoi controlli di qualità, come hanno sempre fatto i mega supermercati della Germania e della Francia che acquistano i prodotti dell’agroalimentare campano. Sono gli italiani che non comprano più. La Doria è una famosa azienda che inscatola pomodori pelati, vende il sugo per la pasta, la passata, la polpa. Non produce qui a Giugliano, ma a Salerno, ottanta chilometri a sud-est, ha stabilimenti a Potenza e a Ravenna. Eppure negli ultimi due mesi, in corrispondenza delle interviste fatte a Schiavone, La Doria ha subìto una flessione del 30 per cento nelle proprie vendite. Potere dei pentiti. Lo stesso accade all’acqua Ferrarelle, che sgorga a settanta chilometri da Giugliano, e ad altri marchi prestigiosi e lontanissimi da questa terra disgraziata; anche alle industrie di Antonio D’Amato che, tra le altre cose, impasta con l’acqua napoletana (quella della rete idrica, controllata. Sono alcuni pozzi di campagna a essere stati compromessi) la farina per comporre le cialde sulle quali poi d’estate mangiamo il gelato. A maggio del 2013 don Maurizio Patriciello, parroco di Parco Verde a Caivano, periferia della periferia, ha poggiato una cassa di pomodori sull’altare. “Questo pomodoro è maledetto”. Oggi aspetto don Patriciello di fronte al cancello di questa sua chiesa costruita nel ’92, circondata da cancelli e muri, decoroso fortino in un sobborgo in cui tutto comunica una grammatica di violenza e banalissimo degrado. Una donna di mezz’età, muso truccato a girasole, scarpe coi tacchi alti a sostenere una persona tracagnotta e un paio di gambe gremite di vene varicose e scoperte fin al di sopra dei livelli della più audace minigonna, attraversa la strada. Mi passa di fronte. Due uomini a cavallo d’un motorino girano e rigirano intorno all’isolato, vanno per serpentine, per semicerchi, occhiuti come sentinelle, hanno il volto coperto. Questo quartiere è un mercato della droga, il commissario di polizia mi ha avvertito, con ritmo algebrico: “Quattromila abitanti, milleduecentosessanta pregiudicati. Case popolari costruite dopo il terremoto del 1980”. Ecco la donna che avanza come un carro caracollante, i seni esplosivi ballonzolanti nelle libere vesti e il fiato pesante delle donne dei cannibali. Uno dei giovani in motorino le lancia addosso un fiume d’improperi come un secchio d’intestini fumanti. Lei scappa. E quello che sento è un dialetto marcio come le strade ricolme di monnezza e le case popolari dai muri umidi di spugna. In alcuni angoli di Chiaia e del Vomero, o in un ottocentesco caffè di via Caracciolo, in centro a Napoli, dove il barman accoglie gli avventori in livrea rossa, talvolta può capitare di sentir parlare qualche anziano signore in palandrana con quel tono dialettal-borbonico che ricorda l’ironica inflessione di Totò o di Carlo Croccolo, con l’intercalare morbido e fatuo, “bellezza mia”… Ma qui è un’altra lingua. Questa non è la città di Croce né di Scarpetta, né di Viviani né di De Filippo, né di Di Giacomo né della Serao né di La Capria. I ragazzi in motorino e le donne rotonde, dall’aspetto burbanzoso, si esprimono in un dialetto deciso e canagliesco, niente di simpatico e nemmeno di pittoresco. Persino l’aria che respiro, mentre aspetto don Patriciello, qui a Parco Verde – strana ironia per un posto che di verde non ha proprio nulla – sa di polvere umida e d’altri innominabili residui ed essenze; sa di pulizia sommaria, di trascuratezza, di abbandono. “Tutto è cominciato una notte d’estate, dal caldo si dormiva con le finestre aperte. Una puzza. Ma una puzza. Ho sollevato lo sguardo verso il crocifisso: ‘Che cosa mi stai chiedendo?’”. Don Patriciello si passa le grosse mani sui capelli brizzolati, le tonde guance chiare, lievemente curvo, le palpebre dalle ciglia femminee che dietro gli occhiali nascondono in parte pupille sfuggenti, su un volto composto nell’espressione remissiva da parroco di frontiera. “Io non sono professore”, dice. “Ma qui non c’è famiglia senza un morto o un malato di cancro. Non faccio diagnosi, ma vedo i sintomi”. Gli squilla il telefono. E’ un comitato pugliese, gli chiedono quanta gente potrà portare in piazza. Gli chiedono se ha a disposizione i pullman, risponde di sì. Rimette il telefono in tasca. “Sono quelli che lavorano con Pino Aprile. O’ scrittore. Un amico”, mi dice. “Mi trovo a essere la voce del sud”, spiega, “l’ho anche detto a Napolitano”. E qui mi racconta di come la sera del 31 dicembre il presidente della Repubblica ha cambiato il suo discorso di fine anno dopo una telefonata con lui, don Patriciello. “Ricevetti una chiamata dagli uffici del Quirinale. Consigliai di far inserire al presidente un passaggio sulla Terra dei Fuochi. E il pre- sidente l’ha fatto, si sentiva che quel passaggio era incongruo, come inserito all’ultimo momento nel corpo del discorso”. Il telefono squilla ancora. “C’è stato un altro morto di cancro, a Casalnuovo. Qui sono venuti anche quelli delle Iene, hanno fatto un gran servizio. Siamo diventati amici. Questa terra è maledetta. Maledetta. L’aumento dei tumori tra il 2008 e il 2012 ha avuto un incremento del 300 per cento”. Scusi, ma non c’è nessuno studio scientifico che lo dimostri. Veronesi è scettico, l’Istituto superiore di Sanità pure. “Ma a Frattamaggiore c’è un medico, Luigi Costanzo, che ha fatto una ricerca. Tu l’hai visto il film di Domenico Iannacone sulle tombe del cimitero di Caivano?”. No. “Ogni anno trecento morti, il settanta per cento di cancro”. Il 16 novembre, questo prete cinquantottenne che da laico faceva il paramedico ha portato in piazza a Napoli centomila persone. Il 9 e 10 novembre è stato invece organizzato un “biocidio tour” internazionale. Ed ecco un’altra espressione tremenda, un altro fuoco: “Biocidio”. “Stop al biocidio” si legge sui cavalcavia del trafficatissimo Asse Mediano e persino in Piazza Dante, nel cuore di Napoli, alle spalle del monumento vandalizzato che raffigura un severo e malcapitato Dante Alighieri al centro d’una delle piazze più belle e trascurate d’Italia. La potenza della Terra dei Fuochi sta anche nell’aver coniato parole nuove, reso amichevoli espressioni disgustose come “sversare”, “percolato”, “eco balle”, “biocidio”; nell’aver mostrificato cose familiari e un tempo rassicuranti come la frutta e la verdura, il pomodoro e le fragole. Adesso persino i quadri di Arcimboldo, i suoi volti umani composti d’ortaggi e di fiori, d’uva e di cipolle, a ben osservarli sembrano attraversati da un’ombra ostile, un ghigno inquietante. Don Patriciello fa roteare con la mano sinistra il suo rosario, come un lazzo. “Impazzisco quando negano l’evidenza”. E mi mostra le foto dei bambini ammalati. Le storie sono lancinanti, non c’è dolore più grande della perdita d’un figlio, un’eco di sconforto quasi insopportabile ci avvolge entrambi. Ma non vi fidate dei medici, dell’Istituto superiore di Sanità, dell’Asl, dello stato? Il prete ascolta senza dire niente, inclinando la testa, con un’espressione di attenzione e di segreto calcolo. “Abbiamo mandato settantacinquemila cartoline come questa a Papa Francesco”. Lo saluto mentre si allontana in automobile, stasera presenta il suo libro, s’intitola “Vangelo dalla Terra dei Fuochi”. A pagina 96 si legge una preghiera al camorrista pentito Schiavone, il vecchio zio dai cinquantotto “circa” omicidi: “Carmine, fratello mio, stiamo soffrendo. E’ giunta l’ora del coraggio e della verità. Aiutaci tu a svergognare questi loschi figuri nascosti dietro la cravatta e il computer”. Fuori dalla chiesa ritrovo il quartiere dormitorio, il motorino è scomparso, due grasse e muscolute comari chiacchierano con i palmi ben piantati sui colmi delle ardue pance. Accendo una sigaretta con l’autista, Enzo. “Bisognerebbe trovare un uomo di scienza”, mi dice. Ed ecco la parola chiave, l’illuminazione improvvisa. L’uomo che possedesse “la scienza”. E forse questa terra cerca il guaritore, lo stregone, l’illuminato, il ciarlatano. La dimensione è quella dei derelitti, sembra avvolgerli come un sentimento di collera, di speranza e di diffidenza, di millenarismo e di paura. Si affiderebbero a chiunque. Sono pronti a credere a chiunque. Purché non sia lo stato.
Carmine Schiavone passeggia per Casal di Principe, silenzioso paesone di camorra in provincia di Caserta. Ha l’aria simpatica di un vecchio zio, saggio e bonario – quante persone ha ammazzato? “Credo cinquantotto”, dice. Gusta il caffè con lentezza, in un mutismo disteso. Qualche volta quando parla si confonde, racconta dettagli incomprensibili, parla come se avesse di fronte un ufficiale di polizia o un magistrato inquirente: cita nomi, fatti, personaggi evidentemente sconosciuti al suo interlocutore, e così lo porta lontano e poi solo a fatica si fa ricondurre indietro. Sembra disordinato nei pensieri. Eppure con gli occhi, che tra le palpebre paiono diventati due acquose fessure, sprizza d’improvviso un’intelligenza vivace ma remota, come assestata, volutamente occultata lì in fondo allo sguardo indecifrabile, da qualche parte, come pronta a balzare fuori con un lampo feroce. E forte si fa il sospetto d’una sottile doppiezza di questo anziano settantenne che tra i casalesi era considerato l’uomo di mondo, quello brillante, l’istruito, l’unico con il diploma di scuola superiore. Ma lei ha sul serio visto interrare dei fusti ricolmi di scorie radioattive? “Me lo hanno detto”. E dove sono? “Qui, là, tutt’intorno a noi. Ci hanno costruito sopra. Ed è così anche in Sicilia, in Calabria, persino in Liguria. A La Spezia. Andate e scavate”. Raffaele Cantone, il magistrato che ha annientato i casalesi, invece sussurra poche parole: “Dice stupidaggini”. E sono altri i pentiti che hanno indicato le zone in cui la criminalità seppelliva rifiuti industriali, chimici e cittadini, e si tratta di quattro vasti appezzamenti di terra distribuiti e circoscritti tra Napoli e Caserta, più altri punti a macchia di leopardo: sono stati individuati, recintanti, sequestrati e sottoposti ad accertamenti già parecchi anni fa, in un contesto d’ignoranza, degrado e povertà che coinvolge anche le amministrazioni locali. E per capirlo bisogna proprio venire a vedere la condizione d’abbandono di queste campagne dove i gommisti per risparmiare smaltiscono i copertoni inutilizzabili di camion e automobili, mentre alcuni disperati, in cerca di facile guadagno, vengono a bruciare la plastica che ricopre i fili elettrici, per recuperare il rame prezioso e poi rivenderlo. I comuni non raccolgono la spazzatura che in campagna prima veniva seppellita, adesso bruciata, abbandonata sul ciglio della strada, sotto i cavalcavia, dove capita. La monnezza è sopra ed è sotto, è un po’ nell’aria e un po’ nell’acqua dei pozzi. Camminare in mezzo alla campagna è un’avventura. Materie immonde incastrate, anzi “azzeccate” sotto i tacchi, un piede che sembra essersi fatto più alto dell’altro per l’incollatura di qualche strano mollicone spugnoso, bucce pelose che fuoriescono dalle suole come zampette di scarafaggi e la necessità alla fine della camminata non solo di spazzolare, ma di passar a fil di coltello le parti sottostanti. O di gettare le scarpe.
I soldi sono pochi e la sfiducia nelle istituzioni, da queste parti, sfiora il ribellismo, si mescola a una neghittosità tutta meridionale, a strumentalizzazioni politiche, stra- nezze, fatalismo, tragedia. E in mezzo ci va tutto, persino Giorgio Napolitano, “che sapeva e non ha parlato”. Ma di cosa? Perché? Cercano la monnezza radioattiva, e non vedono quella normale che li seppellisce e li appesta. E’ un movimento di popolo guidato da preti e centri sociali, ragazzi di Beppe Grillo e notabilato di paese, farmacisti, medici generici, oscuri oncologi. Ma è la stessa popolazione che, circondata dal paesaggio stravolto di campagne un tempo felici, si oppone alla costruzione dell’inceneritore a Giugliano “perché inquina”. Fino a qualche anno fa veniva assediato l’inceneritore di Acerra, come la discarica regolare di Terzigno doveva essere protetta dall’esercito. Paradossi imprendibili. E questa è evidentemente una storia in cui paura, plebeismo, fantasia e realtà formano un impasto micidiale in cui perdersi è facile. Il governo si è interessato del problema soltanto adesso, grazie a Schiavone, il pentito che farfalleggia in tivù sotto i riflettori spettacolari del circo mediatico e straparla d’una terra condannata. E lì, in televisione, sui giornali stranieri, persino sull’Espresso (“Bevi Napoli e poi muori”), si fa un tutt’uno tra i rifiuti interrati e quelli bruciati in superficie, tra gli affari delle lobby criminali e l’incuria amministrativa, l’inciviltà diffusa, l’abitudine di buttare i sacchetti un po’ dove capita, i miasmi veri e quelli fasulli, i fatti e i fattoidi, la cronaca e le leggende. “Questa storia mi fa impazzire. Ci morirò”, mi dice al telefono Ciro Pellegrino, il giornalista che con Antonio Musella e Gaia Bozza ha fatto per il sito fanpage.it i reportage e le videoinchieste più smaliziate e intelligenti. “Siamo stati ore a guardare sconsolati gli scavi a Casal di Principe, con i carabinieri che non trovavano niente. Poi ho letto un pezzone in prima pagina sul New York Times. Un pezzo strano, allarmato, convenzionale ma che pure, contemporaneamente anche diceva la verità: sottoterra non c’era nulla”, sorride amaro Antonio Musella. Ma appena affiora un vecchio secchio squarciato c’è qualcuno che urla: “Ecco i fusti con le scorie”. Hanno trovato il piombo e il cadmio, scarti delle concerie toscane, medicinali scaduti. Ma da tutt’altra parte. Molto tempo fa. E come si legge nella relazione dell’Istituto superiore di Sanità del 29/10/2013, prot. 2013/0002251: “Dai risultati ottenuti, i prodotti ortofrutticoli prelevati nell’area di Giugliano in Campania sono conformi alla normativa di settore”. Federico De Raho, capo del pool anticamorra che indagò sullo sversamento dei rifiuti in Campania, lui che sostenne l’accusa nel processo Spartacus, terminato con novantuno condanne per oltre ottocento anni di reclusione, inarca le spalle, come una smorfia: “Abbiamo già cercato. Non ci sono riscontri”. Sotto terra è un mistero buffo. Ma in superficie osservo una compagnia di topi in assetto da guerra. I notevoli roditori ritengono preferibile lo sfruttamento delle strade, assai più ricche di rifiuti e di commestibili in genere, delle native fogne.
E non si capisce davvero più nulla, ma tutto sembra possibile. Enzo, il tassista che mi accompagna su e giù, da Caserta a Napoli, da Caivano a Giugliano, mi racconta storie incredibili di pecore con tre occhi, di mucche al plutonio, mi dice che “cacciano latte verde”, poi si confonde con le mozzarelle blu, quelle che però venivano dalla Germania. Enzo non sa niente, ma sa tutto perché l’ha letto “su internet”. Terra dei fuochi, la chiamano, con gusto letterario corrispondente alla nuova oleografia partenopea: monnezza e camorra hanno sostituito Pulcinella e scugnizzi, ma sempre di bozzetto si tratta. Questo nome l’ha inventato parecchi anni fa Angelo Ferrillo, giovane ricercatore universitario. Lui ha cominciato a segnalare sul sitohttp://www.terradeifuochi.it i roghi di spazzatura e materiale plastico il cui fumo denso e nero è talvolta visibile anche in automobile, percorrendo l’Asse Mediano, la strada di scorrimento veloce che collega Napoli alla sua ster- minata provincia, da nord a sud, da est a ovest. Per Ferrillo è stato un modo di combattere l’indifferenza e la rassegnazione. Poi è arrivato Roberto Saviano, e lui l’ha inciso a caratteri tintinnanti nella letteratura internazionale questo nome formidabile ed evocativo, con l’ultimo capitolo di “Gomorra”, Terra dei Fuochi, appunto, milioni di copie vendute nel mondo. Ma la Terra dei Fuochi è un posto che non esiste, è una bestia puntiforme, un non luogo dalla geografia irregolare, un barocchismo shakespeariano corrispondente, per dimensioni, allo 0,5 per cento della Campania. Dunque fuochi di monnezza e fuochi di parole. “Ma le esagerazioni sono anche servite”, dice Mario De Biase, il commissario alla bonifica. “Si sono accesi i riflettori del cinematografo. Sempre meglio che essere ignorati”, mormora. Anche il governatore Stefano Caldoro si sente un po’ meno solo, ha evitato il default della regione, e senza soldi, con i fondi europei, è riuscito a fare qualcosa.
Il governo manderà l’esercito, ha stanziato venticinque milioni di euro per l’ordine pubblico, per fermare i roghi di monnezza. Sono anche state inasprite le pene. Ma dov’è “l’inferno atomico” che hanno raccontato Michele Santoro e Sandro Ruotolo a “Servizio Pubblico”? Dove sono le scorie nucleari provenienti dalle centrali atomiche della Germania di cui parla Schiavone? Moriremo tutti di cancro? I carabinieri hanno scavato, già una volta alla fine degli anni Novanta, nei pressi di Casal di Principe, il paese di Francesco Schiavone detto Sandokan, di Francesco Bidognetti detto Cicciotto ’e mezzanotte, e di Carmine Schiavone, appunto, lui che adesso ripete – e con la medesima genericità di allora – la stessa storia che raccontò già nel 1997 ai magistrati e ai membri della commissione d’inchiesta sul traffico illecito dei rifiuti nel corso di un’audizione intorno alla quale s’è costruito un romanzo nel romanzo. Titolo di giornale: “Le rivelazioni di Schiavone secretate per sedici anni. Si poteva intervenire prima”. Erano secretate perché c’erano indagini in corso. “E comunque erano dichiarazioni evidentemente così generiche da risultare inutili”, dice Massimo Scalia, che quella commissione d’inchiesta nel 1997 la presiedeva. Ma i carabinieri continuano a scavare, oggi come sedici anni fa, nello stesso posto. Dieci, venti, trenta metri sotto terra. Non c’è niente. “Dovete andare più in là. No, più in qua”, dice Schiavone. Come a mosca cieca. All’angolo della strada un vecchio erbivendolo espone un carretto carico di frutta e verdura, è in compagnia d’un cane randagio mezzo spelacchiato, ma di una straziante umanità. L’erbivendolo leva il tendone che ricopre come un sacco a pelo l’intero corpo del furgoncino, e aspetta i clienti. Non ne arriveranno.
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