Il padre della patria

napo

Lo conosco da quando, io poco più che adolescente, cominciai a fare politica. Non poteva particolarmente piacere, all’epoca, ad un diciottenne confuso e con la testa piena di parole vuote. Se mi capitava di dover parlare in una riunione in sua presenza, ci pensavo cento volte, leggevo e rileggevo gli appunti. Una volta che mi citò (per criticarmi, si capisce) ne andai fiero per diverso tempo. Negli anni successivi l’ho portato innumerevoli volte in giro per comizi nell’hinterland napoletano, ho trascorso con lui impegnative serate che erano di lavoro anche se formalmente di svago, ho partecipato con lui a riunioni di una corrente di cui si ostinava a negare l’esistenza. E l’ho criticato fino a tradirlo politicamente, pensando che un altro potesse fare quello che lui predicava da sempre: un riformismo tenace, sobrio e concreto.

Negli anni io sono cresciuto (magari male), lui è invecchiato bene. Più aperto e meno severo, progressivamente svincolato dall’obbligo dell’appartenenza alla Chiesa nella quale era cresciuto, sempre più con l’idea fissa di fare qualcosa di buono per il paese, non per la sua parte.

Ora ci è riuscito, perché con coraggio giovanile ha dato fiducia ad un gruppo di ragazzotti assai lontani da lui, per formazione e cultura oltre che per età.

Per questo, come ha fatto con grande intelligenza la Boschi qualche giorno fa, è a lui che va intestata la riforma della Costituzione. Lo hanno capito bene i faziosi, gli ignoranti e gli sfasciacarrozze che hanno abbandonato l’aula mentre parlava. Motivo in più per dirgli: grazie Giorgio.