L’assurdo caso dei vaccini

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Da oggi sull’Unità una mia rubrica settimanale. Scrivo di bias e dintorni. 

Per farla semplice: il bias è una valutazione sbagliata, ma non episodica. È un errore sistematico di giudizio,  che si concretizza quando la nostra mente pigra utilizza scorciatoie del pensiero (euristiche) per formulare giudizi o affrontare eventi  di difficile e faticosa interpretazione. In altre parole, è un pre-giudizio, un giudizio che formuliamo intorno ad un evento prima di verificarne l’effettiva congruenza con la realtà. In altre parole ancora, uno stereotipo, un luogo comune. Che si incunea facilmente nella nostra mente e si espande a macchia d’olio, tendenzialmente all’infinito, attraverso i mezzi di comunicazione.

Prendiamo ad esempio un caso di cui si è discusso in settimana: il preoccupante calo delle vaccinazioni pediatriche. Di quelle obbligatorie (poliomielite, tetano, difterite, epatite B, pertosse, Haemophilus influenzae b) calate al 95%, ma soprattutto di quelle raccomandate (morbillo, parotite, rosolia) scese all’86% di copertura. Un calo del 4% rispetto all’anno scorso (http://www.epicentro.iss.it/temi/vaccinazioni/copertureMin2014.asp), considerato dagli esperti ormai al di sotto della soglia di sicurezza, per malattie di carattere infettivo.Schermata 2015-10-10 alle 06.19.52

Perché questo calo? Perché siamo da tempo bombardati da un’informazione “alternativa”, rozza e aggressiva, sulle presunte controindicazioni delle vaccinazioni (malgrado siano smentite da tutti i dati scientifici disponibili) o sugli ancora più presunti “effetti collaterali” che genererebbero, in particolare disturbi dello spettro autistico. Informazione che gode anche di avalli politici (M5S e dintorni).

Ora, non ci interessa qui discutere del valore in sé (sembrerebbe nullo) di queste tesi, ma delle reazioni che irrazionalmente generano.

Perché l’autismo (disturbo psichiatrico che colpisce da 5 a 10 persone ogni 10mila – The Merck Manual, 5^ edizione) spaventa più della poliomelite o della rosolia, fino a spingere un numero crescente di famiglie a non vaccinare i propri figli? Perché queste ultime sono malattie terribili, ma antiche, lontane e ormai dimenticate, in quanto quasi completamente debellate. Per questo le mamme e i papà non se ne preoccupano. Al contrario l’autismo oggi fa paura perché è molto più narrato e “coperto” dai media, rispetto al tetano, al vaiolo o alla difterite.

Eppure, basterebbe far tesoro dei dati per comportarsi nella maniera giusta. Le statistiche della World Health Organization (http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs378/en/) ci dicono che ogni anno le vaccinazioni salvano dai 2 ai 3 milioni di vite umane. E una poderosa letteratura ci ricorda che ad oggi non è stata trovata alcuna correlazione causale tra i cicli di vaccinazioni e l’insorgenza di malattie infantili o “sovraccaricamenti” da parte del sistema immunitario dei bambini (Childhood vaccinations, vaccination timing, and risk of type 1 diabetes mellitus, 2001 – http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/11731639).

Lo specifico bias che agisce nel caso delle vaccinazioni è definito base-rate fallacy. Un bias che si manifesta quando, in maniera automatica, ignoriamo un fatto rilevante dal punto di vista statistico a favore di un’asserzione non  corroborata da numeri significativi. Il dato non corretto – quello secondo cui i vaccini sarebbero deleteri – si carica di valore “affettivo” perché viene raccontato con enfasi crescente. Anche se  in termini di validità e affidabilità, cioè dal punto di vista statistico, la sua fallacia resta uguale.

Il risultato del cortocircuito comunicativo è che i genitori dei bambini non vaccinati mettono a rischio i compagni di scuola dei loro figli, oltre che i propri. Fino alle conseguenze paradossali di questi giorni, in cui si parla dell’assurda ricomparsa della pertosse.

In questo come in tanti altri casi, i bias, cavalcati a piacimento da cinici e cialtroni, ci spingono verso comportamenti disadattivi e pericolosi. Combatterli significa una sola cosa, semplice e complessa ad un tempo: si tratta di far funzionare sempre il cervello. Anche, anzi soprattutto, quando si rifiuta di farlo.