Il Dna della Bindi

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E’ ridicolo e inutile che De Luca, De Magistris, il procuratore Colangelo e tutti i sepolcri imbiancati della città si impalchino contro la Bindi. Stavolta (ahi, quanto mi costa dirlo) ha ragione: la camorra è “parte costitutiva” della società napoletana. Lo sanno i cittadini comuni e le autorità, gli abitanti dei cosiddetti quartieri-bene e quelli della Sanità, commercianti e studenti, professionisti e disoccupati. Come tutti sanno che ci sono le paranze dei bambini che il sindaco non vuole vedere, le illegalità diffuse di cui tutti siamo vittime e protagonisti nel nostro rapporto con la città, le acquiescenze quotidiane verso soprusi e intimidazioni che subiamo per quieto vivere e/o per viltà.

Allo stesso modo tutti sanno (e dovrebbero finalmente dire) che non ci sono “due” Napoli: da una parte quella dei buoni, dei civili, degli eredi del ’99 e minchiate simili; dall’altra quella cattiva, confinata nei quartieri-ghetto dell’emarginazione e dell’illegalità. No, Napoli è una sola. Viva e invivibile, furba e autolesionista, poco incline alla legalità in tutte le sue componenti. Per questo mediamente meno civile, sviluppata e moderna delle altre città d’Europa.

Che poi questa diffusa sottocultura affondi nella storia della città o sia parte del nostro Dna, è questione che non riguarda né la Bindi né De Magistris, ma gli scienziati e i genetisti. E non è una questione da liquidare sommariamente. Perché, come ricorda Matt Ridley in un bel libro (Il gene agile), gli esseri umani sono sempre il frutto di un compromesso tra l’influenza della nurture (ambiente, esperienza e cultura) e quella della nature (natura, eredità e genetica). I geni sono fatti – dice Ridley – per raccogliere i suggerimenti dell’ambiente. E non c’è dubbio che la nurture napoletana non aiuta – diciamo – una selezione ottimale…

Detto questo, la Bindi  ha mille volte torto perché, da presidente dell’inutilissima Commissione Antimafia, non ha fatto l’unica cosa intelligente che avrebbe potuto fare venendo a Napoli: leggere un’intervistina del sostituto procuratore Borrelli sulla Repubblica del 10 settembre, che parla di come contrastare la nuova criminalità. “Magistratura, forze di polizia e istituzioni devono fare un salto di qualità… Le indagini devono avere una durata circoscritta. Non possono andare avanti per anni, magari nell’intento di ricostruire retroscena e collegamenti che non ci sono…”. Poche, lucidissime parole per dire come combattere concretamente i delinquenti, ma anche per liquidare l’impianto ideologico della cultura dell’Antimafia e dei professionisti al suo servizio, di cui l’onorevole Maria Rosaria Bindi è interprete autorevolissima. Se il Dna dei napoletani deve migliorare, è il caso che anche la Bindi si interroghi sulla sua doppia catena polinucleotidica.