Tony, I love you

blair

A parte la traduzione che non mi sembra granché, la lettera aperta di Tony Blair al Labour, che il Corriere pubblica oggi, è illuminante. I vizi della sinistra sono gli stessi ad ogni latitudine.

Oggi il Partito laburista si trova in pericolo mortale, forse come non è mai accaduto negli oltre cento anni della sua esistenza. Dico questo come colui che lo ha guidato per tredici anni e ne è membro da oltre quaranta. L’elezione del capo del partito ha assunto un peso superiore alla personalità del nuovo leader. La posta in gioco attuale è se il Labour resterà un partito di governo oppure no.
I governi cambiano i Paesi, mentre i movimenti di protesta non fanno altro che agitare le acque contro coloro che governano. Il Partito laburista al governo ha cambiato questo Paese. Non mi riferisco soltanto al salario minimo, alle unioni civili, ai massicci investimenti nei servizi pubblici, che hanno sollevato milioni di cittadini dalla povertà, né alla pace in Irlanda del Nord. Noi abbiamo cambiato lo spirito dell’epoca. Abbiamo costretto i Tory ad accettare i cambiamenti. Abbiamo dato voce a chi non ne aveva. Abbiamo guidato e plasmato il discorso pubblico. E sì, anche i governi talvolta prendono posizioni che non piacciono alla gente, e col passar degli anni perdono il potere. È questa la natura della democrazia.
Ma in mille modi, grandi o piccoli che siano — e ben noti a chiunque governi un Paese — chi è al potere fa la differenza per coloro che noi rappresentiamo. La realtà è che negli ultimi tre mesi il Partito laburista è cambiato. Il tesseramento è quasi raddoppiato. Alcuni si saranno uniti a noi dopo lo shock degli ultimi risultati elettorali, ma molti di più oggi accorrono tra le nostre file per sostenere la campagna di Jeremy Corbyn. E alcuni di costoro hanno alle spalle grosse organizzazioni. Questi ultimi due gruppi non sono veramente numerosi, per rapporto alla popolazione, ma per quanto riguarda l’elettorato di un partito politico, essi bastano a conquistare posizioni importanti. La verità è che a costoro non importa se il Partito laburista vince o perde un’elezione. Alcuni di loro addirittura denigrano e disdegnano l’attività di governo.
Pertanto rivolgo il mio appello ai membri storici del partito e a tutti coloro che si sono uniti a noi senza però avere una piattaforma comune. Voi rappresentate ancora la maggioranza e siete oggi chiamati ad esercitare la vostra leadership per salvare il Labour Party. Non importa che siate a sinistra, a destra o al centro del partito, che mi abbiate appoggiato o esecrato. Vi chiedo soltanto di capire il rischio che corriamo.
Il partito si dirige a occhi chiusi e a braccia protese verso l’abisso, pronto a schiantarsi sulle rocce sottostanti. Non è questo il momento per trattenersi dal turbare la serenità di quella marcia col pretesto che possa provocare discordie o spaccature. È questo il momento invece per un placcaggio decisivo, come nel rugby.
Non viviamo più negli anni Ottanta. La situazione attuale per molti versi si presenta più incerta e minacciosa. Michael Foot non si illudeva di poter vincere un’elezione politica nel Regno Unito, ma era una figura di enorme spessore e di grande rilievo nel precedente governo laburista. Tony Benn non sarebbe mai diventato primo ministro, ma era una personalità politica di primo piano e vantava una lunga esperienza di governo.
I sindacati negli anni Ottanta erano in gran parte una forza di stabilità e di buon senso. All’epoca esistevano collegi elettorali così saldamente laburisti che nulla poteva intaccare la loro fedeltà al partito.
Il partito che si è ricostituito dopo la sconfitta del 1983 conosceva la strada da imboccare. Forse non capivamo appieno fino a dove potevamo spingerci o quanto in fretta, ma sapevamo — e il nuovo leader Neil Kinnock sapeva benissimo — che occorreva accantonare la delusione di aver perso due elezioni perché non eravamo abbastanza di sinistra e che bisognava modernizzare il partito. Il nostro scopo era appunto quello di tornare al governo.
Quello che oggi abbiamo sotto gli occhi è un richiamo al passato, ma senza le forze stabilizzatrici di allora. I grandi sindacati, con l’eccezione dell’Usdaw, che ha raccolto i maggiori successi in tempi recenti, sono tutti in pugno alla sinistra più intransigente. E l’elettorato non nutre più quel sentimento di lealtà e fedeltà di una volta.
Se Jeremy Corbyn salirà alla guida del partito, alla prossima elezione non saremo davanti a una sconfitta come quella del 1983 o del 2015, ma davanti alla disfatta totale, forse all’annientamento. Se Corbyn verrà eletto a capo del partito, il pubblico sarà sulle prime sorpreso, divertito, e persino incuriosito. Ma col passar degli anni, quando le scelte politiche dei Tory cominceranno a bruciare e si farà sentire l’esigenza di un’opposizione dura ed efficace — e le opposizioni sono efficaci solo quando hanno la speranza di vincere — il Paese finirà in preda alla rabbia. L’elettorato ci punirà, ritenendosi vittima non solo del governo conservatore, ma della nostra inazione e scarsa incisività.
Jeremy Corbyn non ha nulla di nuovo da offrire. La sua è la proposta più risibile di tutte quelle avanzate dal suo schieramento. Quelli di noi che hanno conosciuto gli sconvolgimenti degli anni Ottanta già conoscono a memoria ogni riga del suo copione. Queste sono politiche del passato, già respinte non perché troppo arroccate all’ideologia, ma perché la maggioranza dell’elettorato britannico ben sapeva che non potevano funzionare. Non dimentichiamo che sono state respinte dagli elettorati di tutto il mondo per il medesimo motivo.
A maggior ragione oggi, la gente sa che le sfide attuali non troveranno risposta nel ripristino dell’antiquato controllo statale, e che questo non condurrà a nessun miglioramento delle condizioni di vita personali e sociali; esso sa che non è una buona idea staccarsi unilateralmente dalla Nato, e che un partito sprovvisto di un serio programma di riduzione del debito non può proporsi come valida alternativa di governo.
È ovvio che l’attuale campagna elettorale abbia suscitato un grande interesse. Trovo affascinante osservare un partito che combatte per ritrovare la sua anima, non è un’impresa facile. Certo, molti giovani ne saranno entusiasmati. Molti giovani membri del partito si erano appassionati nel 1997 e si adoperano per modernizzare la politica del partito laburista ancora oggi.
La tragedia, tuttavia, è che un danno incalcolabile è già stato fatto da un dibattito politico che — con qualche onorevole eccezione — si distingue per la sua irrilevanza nell’affrontare le sfide del mondo moderno. Il partito dovrebbe discutere su come rivoluzionare i servizi pubblici con l’impiego della tecnologia; come aiutare i giovani non solo a trovare un lavoro soddisfacente e ben retribuito, ma anche a lanciare imprese capaci di apportare benefici alla comunità; sulla necessità di tenere unita la Gran Bretagna e assicurarle il suo posto in Europa; su quali riforme puntare, nella previdenza e nell’assistenza, in un’era di cambiamenti demografici radicali.
E invece si parla di riportare in vigore la Clausola IV della costituzione del partito. Abbiamo davanti un ventaglio enorme di scelte da fare e di risposte da offrire, ma per il momento non le abbiamo neppure formulate. Già sappiamo come andrà a finire. Abbiamo già percorso questa strada. Ma oggi il seguito si annuncia molto più spaventoso che in passato.
Allora fate pure, scrivetelo se volete. Spingete il passo oltre l’orlo dell’abisso. Ma un attimo prima, vi prego di fermarvi a pensare alle persone che più vi stanno a cuore e a quello che si aspettano da voi.

Tony Blair