Un Maestro dei nostri tempi parla della buona scuola

Biagio De Giovanni

Rubo a Biagio De Giovanni il bellissimo pezzo che ha scritto oggi sul Mattino. Vale davvero la pena leggerlo.

La scuola finalmente esce dal suo letargo. Quando si prova a smuovere un corpo immobile da tanto tempo la cosa più naturale è la reazione di rigetto almeno di una sezione delle sue membra, che spesso vede insieme gran parte degli abitanti che in quel corpo si affollano, le loro abitudini incrostate, il consolidamento delle relazioni reciproche, il desiderio di confermare l’orizzonte noto. Tutto ciò è umano, troppo umano, e quando questo corpo si chiama scuola, ovvero il luogo dove si affolla una immensa realtà che attraversa quasi tutte le generazioni, non ci si deve certo sorprendere. Tanto più va apprezzato il coraggio di chi in questo ingranaggio umano, psicologico, sociale, prova a mettere le mani. E lo fa su due punti dirimenti: individuazione delle responsabilità, base di ogni organizzazione che non voglia diventare acefala, e dunque insieme anarchica e conservatrice; e individuazione di criteri di merito nel governo di quell’immenso corpo che, costituitosi, tende a far vigere dentro di sé un astratto e conveniente sistema di eguagliamento di tutto. Chi può giudicarmi? Questa sembra essere la reazione del suo strato più elementare. Naturalmente non sto a dare un giudizio perentorio su quanto deciso, né a immaginare se quel doppio movimento, assai fondato in punto di principio, riuscirà ad avere i suoi effetti benefici: ogni riforma sarà giudicata nel tempo, ma intanto qualcosa si muove. E l’effetto primario, almeno in quelle élites che in ogni aggregato umano si formano, dovrebbe essere quello di impegnarsi a costruire, intorno a uno scarno dettato legislativo, le forze e le idee per far sí che ciò che è previsto entri nella vita di una comunità e porti tutto più avanti. Di sicuro la scuola ne ha bisogno. L’economicismo prevalente dappertutto non sa più distinguere tra beni prodotti e beni non prodotti, ovvero tra prodotti che possono essere calcolati con millimetrica precisione e costituiscono gli elementi di un pil, e prodotti più sfuggenti, individuanti la cultura di una collettività e degli individui che la formano, la sua capacità di evolversi lungo una linea di sviluppo.  La scuola fa parte di questa zona dei beni umani, è il pavimento su cui tutto si fonda. È il luogo dove prendono forma le intelligenze che per un tratto della loro vita, prima di entare nell’agone generale, prendono coscienza di sé e del mondo che le circonda. È a questo bene non prodotto che bisogna dare la massima attenzione, soprattutto quando il mondo intorno muta in modo tumultuoso. Il nesso fra queste due cose è evidente: se il mondo si muove con velocità accelerata, la scuola deve trovare il punto di equilibrio fra il nuovo linguaggio che la trasformazione del mondo impone e tutto ciò che costituisce il tessuto della vita storica che si è formata nel tempo e che costituisce l’individualità di ciascuna società: un compito enorme e quasi inattingibile, al quale peró bisogna provare ad avvicinarsi. Che cosa significa per un giovane, oggi, «scrivere», elaborare un linguaggio, in un mondo dove la comunicazione quotidiana si semplifica fino a esaurirsi in una frase? Ma elaborare, complicare il linguaggio, è questo che dà il carattere specifico all’intelligenza di una generazione, e, sia detto in un inciso, è l’elemento di storicità e di rapporto tra identità diverse che può ridar vita a un benefico incrocio tra le culture in un’Europa che si va dissolvendo tra i paragrafi della contabilità. In questo quadro, c’è un dato doloroso da annotare. A scorrere i risultati delle Prove Invalsi 2015 ritorna un tema dolente per noi meridionali e ancor più per noi campani. Il Mezzogiorno arranca nei giudizi differenziali calcolati su due discipline fondanti come italiano e matematica, e ciò non tanto nelle scuole primarie, quanto man mano che la formazione si complica: logica e grammatica, insomma, gli specchi dell’intelligenza e dell’espressione. La questione del Mezzogiorno torna in forma inquietante, e la Campania conquista la maglia nera o quasi, dividendola con la Sicilia. Le due Italie tornano a separarsi sul versante più delicato, quello dove l’intelligenza prende forma. Non intendo qui levare il solito lamento di un meridionalismo stanco, ma annoto la cosa per invitare insegnanti e studenti di queste nostre regioni, e della nostra soprattutto, a prender coscienza della necessità di un impegno raddoppiato, utilizzando le possibiità che il nuovo corso apre; non rinchiudendosi in un mugugno conservatore, ma spendendo le proprie energie per la costruzione di quel bene non prodotto che è l’intelligenza dei giovani. Qualche speranza, forse, si riapre.