Grillo e i sondaggi del giorno dopo

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Non è particolarmente esaltante parlare di sondaggi. E temo che non servirà a niente spiegarne per l’ennesima volta l’intrinseca e strutturale fallacia, dato che fanno ormai parte del marketing e dello showbiz mediatico, come le apparizioni estive delle orche marine (solo che durano tutto l’anno e fanno più danni). Cercherò di spiegare come funziona il baraccone, parlando di un caso specifico, quello di M5S. E sempre facendo poi riferimento ai dati veri (per chi lo dimenticasse, sono i dati elettorali: cioè quando la gente va a votare, poi si contano i voti, si assegnano i seggi, etc… insomma, non so se avete presente, è quel fenomeno chiamato “realtà”).

Come si sa, l’esplosione elettorale del M5S è datata febbraio 2013. Allora nessun sondaggista previde il boom. Le ultime previsioni “legali” finirono un mese prima del voto, dando il M5S tra il 10 e il 15%. Quelle fatte sottotraccia nei vari “ippodromi” segnalavano una crescita costante nell’ultimo mese, fino al 18-20%. Le classiche comiche di maratone elettorali, con proiezioni, instant ed exit polls e dichiarazioni a cazzo di cane, dissero (parlo dei partiti, non delle coalizioni) Bersani 32%, Berlusconi 18% e Grillo 16%. Finirono tutti e tre in un fazzoletto: le due coalizioni al 29%, il M5S al 25%.

Che cosa successe nel 2013? Successe che i sondaggisti – come sempre fanno – “ponderarono” i loro dati. Trovando Grillo molto alto nelle rilevazioni, e non avendo suoi punti di riferimento nel passato, lo trattarono come una parziale bolla, spalmando le nuove tendenze sulle serie storiche, e quindi abbassandone la previsione di voto. Per chi studia queste cose, si tratta di un tipico “bias dell’ancoraggio”. Quando non sappiamo bene come valutare un fenomeno inedito, lo “ancoriamo” a presumibili parametri ricavati dalle nostre esperienze precedenti. Quasi sempre funziona. Se andiamo a comprare un prodotto, prima di acquistarlo ci facciamo un’idea di quanto costi, e su questa nostra valutazione decidiamo se comprare o no. Di fronte ad un prodotto nuovo, non sappiamo bene come comportarci (e soprattutto nessuno ci paga per sparare cazzate in Tv), e magari lasciamo il negozio senza acquistare, in attesa di maturare più precisamente un’idea. Così il boom di Grillo del 2013 stupì, perché maturò nella società crescendo come un fiume carsico, probabilmente anche frutto della “spirale del silenzio” (di questo magari parliamo un’altra volta).

Da allora in poi la storia cambia, anzi si rovescia. Il M5S diventa una significativa presenza nella politica italiana. Gli elettori cominciano a giudicare i suoi comportamenti, non la sua virtualità. E questi sono i risultati: alle europee del 2014 prende il 21%, nel 2015 sta intorno al 16% nelle regioni e guadagna 5 sindaci nei 138 comuni in cui si vota. Così la realtà. Un progressivo calo di consensi, che non è affatto da considerare negativamente: è chiaro che, dopo il boom iniziale, il M5S si sta insediando nel territorio. La tendenza ci dice che potrà diventare, per un certo periodo di tempo, la terza forza della politica italiana.

Che cosa succede, invece, sul piano virtuale? Succede che, dopo il 2013, il M5S viene costantemente sopravvalutato, prima, durante e dopo le diverse tornate elettorali. Sondaggi, exit polls etc… del 2014 lo danno tutti sopra il 25%. Quelli del 2015 lo battezzano per lunghe ore primo partito, con conseguenti orgasmi multipli nei maratoneti del nulla televisivo. Fino all’indagine postelettorale di stamattina su Repubblica, che finisce per accreditare oggi Grillo di un fantasmagorico 26%.

Perché questa sopravvalutazione? La spiegazione è abbastanza semplice (anche se è sempre necessario studiare un po’ per saperlo, non è proprio roba per sondaggisti e giornalisti). Perché nelle risposte dei “sondaggiati” scattano dei nuovi e potenti bias, e i ricercatori non sanno (in una certa misura non possono, poverini) vederli. L’euristica della disponibilità, ad esempio: fenomeno per cui si considera più verificabile un evento facilmente richiamabile alla memoria (ed è chiaro che la memoria richiamabile, nel nostro caso, è quella dettata dai media). La gambler’s fallacy (tipico bias degli scommettitori), che considera brevi sequenze, sempre orientate dal sistema mediatico, come statisticamente rilevanti. Fino all’arcinoto effetto bandwagon, che certamente ha agito nei risultati del sondaggio di oggi. Si è detto che ha vinto il M5S? Si è detto che ha perso Renzi? E quindi, giù il governo, avanti Grillo. Non sarò certo io a tagliarmi fuori dal novero dei vincitori, di fronte alla telefonata di uno scassacoglioni.

Allora, direte, è tutto un complotto dei media, che si sono inventati vittoria del M5S, sconfitta di Renzi e tutto il resto, e così hanno condizionato i sondaggi di ieri, condizionano quelli di oggi e i successivi, e i sondaggi a loro volta orientano la realtà, e quindi le elezioni che verranno, da qui all’eternità?

Ragazzi, non è così, tranquilli: la realtà finisce sempre per prevalere. Non scelgo un sindaco per fare un piacere a Diamanti, non eleggo un testa di cazzo perché me lo dice un grafico colorato. Quindi continuate pure, se non avete di meglio da fare, a divertirvi con i sondaggi. Poi cercate di ragionare con la vostra testa.