Il nuovo partito vecchio

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I militanti del Pd romano si mobilitano nel sabato più afoso dell’anno e scattano tenere foto-ricordo brandendo tessere. La gente non si ferma ai banchetti e si trascina via. Chi lo fa – racconta Repubblica – si lamenta stancamente e ricorda il Pci, l’autista di Togliatti, Nabucodonosor (non citato). Sullo stesso giornale Barca, da anni a caccia del premio “Pietro Secchia”, chiede una direzione di 15 persone e lancia una “Officina per la sperimentazione permanente”. Sul Corriere Renzi va oltre, come sempre: “Possiamo inventarci il modello organizzativo del partito del nuovo secolo”, sentenzia.

Ragazzi tutti, siete fuori strada, ma di brutto. Se pensate di rifare il partito con gazebi, formule magiche e generiche minchiate, meglio lasciar perdere. Il Pd della nostalgia militante, della partecipazione democratica, delle sedute di autocoscienza, va solo e semplicemente chiuso. Anzi, non va chiuso perché chiuso è già. E una cosa chiusa non si può rifondare. Soprattutto se non si sa come.

Sarebbe bene partire dalla realtà, intanto. Ieri mattina io c’ero, sotto il solleone di Ponte Milvio. E ho visto la gente normale, in cerca di straccetti e cianfrusaglie al mercatino della domenica, gettare sguardi distratti (non pietosi né incazzati, proprio distratti) verso i poveri militanti del Pd. Esattamente come facciamo tutti, per strada, quando incrociamo ex-tossici redenti, testimoni di Geova o quegli scassacazzi di Greenpeace. La stragrande maggioranza delle persone – di sinistra o di destra che siano, carnisti o vegani, nuclearisti o amici della foca monaca – maturano le loro opinioni chiacchierando (invece di lavorare) in ufficio, guardando la Tv, a cena con gli amici, tuttalpiù nei gruppi su Fb. Se e quando decidono di impegnarsi per qualcosa in prima persona, lo fanno, per periodi di tempo limitati, intorno a singole cause che reputano particolarmente importanti. Certo non decidono di “militare” in un partito.

Salvo i pensionati che tengono le chiavi dei circoli, coloro che decidono – oggi, concretamente, in Italia –  di dedicare una parte cospicua del proprio tempo all’attività politica, non lo fanno per “militare” ma perché – in massima parte – aspirano a cariche pubbliche. E sono anche dei benemeriti. Perché la macchina statale ha bisogno di consiglieri comunali, assessori, parlamentari, ministri. E fare politica per (cercare di) risolvere i problemi della collettività è appassionante e gratificante. E già solo sfidare un’opinione pubblica pigramente ostile alla parola “politica” è un merito in sé.

Ma la mistica della militanza porta del tutto fuori strada. Fa credere che un partito possa prendere voti, vincere e governare (magari a lungo) se c’è partecipazione, se la “base” incide nei processi decisionali, e naturalmente se si viene incontro alle sue istanze, che sono – di norma – rozze, indistinte, radicali. Sbagliate, quasi sempre. Certo non in grado di risolvere alcun problema concreto che un qualunque decisore si trova di fronte in una società complessa.

Un partito moderno e vero – oggi, concretamente, in Italia – deve essere altro. Non deve lisciare il pelo alla base. Deve selezionare forti leadership, autonome e coraggiose, al centro e in periferia, educando i militanti, non blandendoli. Deve avere poche regole certe (statuti, regolamenti, etc…), che non funzionino ad uso e consumo del leader di turno, ma che durino e creino certezze sull’affidabilità della “ditta” (E’ solo e soltanto l’assoluta incertezza e variabilità delle regole ad aver determinato le fetenzie di cui si legge sui giornali). Deve promuovere un nuovo e credibile ceto politico, attraverso un’attività di formazione severa e selettiva. “Politik als beruf”, diceva Weber: professione/vocazione. Altro che militanza.

Il resto (cioè tutto) è vita, non politica. La cuoca di Lenin, per fortuna, è morta e sepolta. Non sarà Barca a resuscitarla.