La comunicazione senza fuoco del Pd

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“Come prepariamo le nostre presenze in Tv?”, si è chiesto l’altra sera nella direzione Pd Matteo Renzi, mettendo al centro il tema della comunicazione, e impostandolo – finalmente – nella maniera giusta, senza lamentele o atteggiamenti difensivi, ma – al contrario – ribadendone la centralità.

Avrebbe potuto – chiunque altro l’avrebbe fatto – piagnucolare per l’evidente asimmetria informativa dei talk televisivi, per la concentrazione di attacchi rivolti esclusivamente a lui da ogni piattaforma mediatica, per i conduttori il cui posto è garantito non dagli ascolti ma solo dalla quota di astio nei suoi confronti, per la bile che trasuda da intellettuali e commentatori che attendono una chiamata che non arriva, per i giornalisti del partito preso, per la monomaniacalità dei comici.

Invece – per la prima volta, direi – un leader della sinistra italiana prende di petto il tema senza scuse. Dicendo in sostanza: siamo noi il centro del sistema, è normale che si sia sotto tiro, la comunicazione è questa, prendere o lasciare. Quello che non va è come la facciamo noi.

Ok. E qui viene il bello. Perché dalla banale constatazione possono facilmente scaturire molte risposte sbagliate. Già vedo dirigersi verso il Nazareno schiere di guru, coach e trainer, dottori dello spin e santoni del public speaking. Che magari servono pure, perché qualche regoletta semplice semplice la devono pur conoscere i polli di batteria che affollano i talk. Ma in realtà – come si diceva una volta – il problema è un altro.

Il problema della comunicazione del Pd è politico, e come tale va affrontato. Al netto di una preparazione tecnica e di merito che spesso manca (studiateveli i problemi, prendete un po’ di appunti prima di andare in trasmissione, provate a sintetizzare frasi efficaci, lavorate sulle formule retoriche che possono mettere in imbarazzo gli avversari, etc…), il punto è che i dirigenti del Pd STANNO SEMPRE UN PASSO INDIETRO AL LORO LEADER (e scusate le maiuscole, ma qui ci vogliono).

Renzi attacca sui magistrati oppure sugli insegnanti, sulla PA o sui sindacati? Il giorno dopo, immancabilmente, ti ritrovi al partito un dirigente che spiega, attenua, smorza. E in Tv un parlamentare che giustifica, interpreta, difende. In questo modo depotenziando il messaggio, dando armi agli avversari (e avallando l’idea che Renzi sia un mezzo pazzo, un illuso o un sempliciotto).

Perché è questo l’atteggiamento dominante dei dirigenti Pd? Per mille motivi: per inesperienza o impreparazione (cui si può mettere riparo con l’applicazione e lo studio), per quieto vivere, semplice codardia o opportunismo (mali che è più complicato estirpare).

Questo schema va rovesciato, decisamente. Oggi Renzi guida una nazione e va ai summit con chi governa il mondo. Di fronte ai tanti, seri problemi che ha di fronte, deve necessariamente mediare, trovare dei punti di equilibrio, avanzare per compromessi. Ora è uno statista, questa è la parola giusta. Della rivoluzione renzista deve essere sempre più il simbolo, ma il suo sguardo deve essere più ampio, aperto e sereno.

Non può più essere lui a giocare alla guerriglia con leghisti, grillini e asociali. Mentre al suo fianco devono crescere dei gladiatori, non degli abatini. Il partito deve essere presidiato dalla punta più avanzata del renzismo, e in Tv devono andarci i guardiani della rivoluzione. Quelli che possono anche sbagliare una battuta, una cifra (e anche un gerundio, se capita), ma credono in quello che dicono. Pasdaran che non abbiano paura del ridicolo (sì, finanche del ridicolo, quando è necessario) ma vadano a difendere nelle arene le ragioni profonde del renzismo. Combattenti che non pensino (solo) alla propria carriera, ma la inseriscano dentro una causa più generale e (di nuovo) affascinante per tutti.

Insomma, per dirla in inglese, è un problema di palle.