Come andrà a finire

fondi caffe

Spingo la ragione oltre l’ostacolo dei luoghi comuni e mi esercito in previsioni elettorali, pronto al fact-checking di domenica prossima, quando saranno gli elettori a decidere. Butto nel cestino i sondaggi, falliti ormai così tante volte da poterli degradare definitivamente a beceri strumenti di marketing. E tralascio il punto a croce di commentatori ed editorialisti, che dovrebbero – loro sì – appassionarci con approfondimenti e previsioni, e invece sono solo bravi nel gossip di scarto. Vado schematicamente:

1) Non penso che andrà a votare tanta poca gente, anche se così recita il mantra dominante. Sette regioni configurano un’elezione di mid-term. Il crollo dei votanti del 2014 in Emilia e Calabria non si ripeterà, anche se la caduta di profilo politico-istituzionale delle regioni non si è arrestata. Tenendo presente che già nel 2010 (in tredici regioni) si erano persi 8 punti rispetto al 2005 (dal 72% al 64%), si può immaginare che se ne perdano altri, nelle sette al voto domenica (nel 2010 su percentuali varianti dal 60% di Liguria e Toscana al 66% del Veneto).  Ma scommetto su una partecipazione globale tra il 55% e il 60%.

2) Il secondo luogo comune vuole che ci sarà un nuovo boom dei candidati grillini. Signori, ce l’avevate già predetto l’anno scorso, in vista delle europee. Ce lo dite sempre, dal 2013. Ma non calcolate che nel 2013 Grillo fu sottostimato, come avviene sempre per un movimento nella sua fase di ascesa. Da allora la storia del M5S è cambiata: per gli italiani è una forza politica come le altre. Domenica prossima pagherà la sua inconcludenza politica generale, la mancanza di proposte e di leadership sui territori. Non sfiorerà neppure lontanamente il 20% di cui è accreditato.

3) Salvini prenderà molti voti che non serviranno a nulla, se non a dilaniare ulteriormente il centrodestra. Dal giorno dopo qualcuno riterrà necessario fargli fare un giro di leadership e non troverà opposizioni, visto che di campioni da quella parte non si vede l’ombra. Salvini leader sarà l’ultimo – obbligato – lascito di Berlusconi. Un bel regalo per il fiorentino che continua segretamente ad amare.

4) L’effetto Renzi ci sarà, anche se non avrà, ovviamente, le dimensioni del 2014. Gli atti di governo hanno creato tensioni, la sinistra bru bru è divisa su tutto tranne che sulla guerra al giovanotto, i candidati certo non sprizzano novità da ogni poro. Ciononostante la politicizzazione dell’ultima settimana spingerà una piccola fetta del popolo renziano del 2014 ad un altro atto d’amore. Quanto basterà per vincere le partite a rischio.

5) Finirà 6 a 1, con molte differenze interne. In Puglia, nelle Marche e in Toscana non ci sarà storia. L’Umbria lancerà l’ultimo campanello d’allarme per il centrosinistra. In Campania De Luca vincerà perché dall’altra parte il suo avversario ha rinunciato alla campagna elettorale. La sfida ligure sarà decisa dalla chiamata alle armi di quello che resta dell’antica sinistra tutta d’un pezzo.

6) Dal giorno dopo niente cambierà. Gli avversari interni di Renzi continueranno la loro inacidita guerriglia. Il segretario del Pd (sempre lui) farà finta di discutere di forma-partito, nuove soluzioni organizzative, etc… per mettere ordine nei territori. Il vecchio Parlamento di Berlusconi, Bersani e Grillo continuerà a sembrare un Vietnam, anche se ormai funziona come un orologio svizzero. Ha approvato più leggi negli ultimi 15 mesi che nei precedenti 15 anni.

La mia personale indagine dei fondi di caffé finisce qui. Dovessi prenderci, non mi dite bravo. Cerco solo di ragionare. Dovesse andare diversamente, avrò aggiunto qualche cazzata in più al mio palmarès. Niente di grave.