Politica? No, grazie

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La politica è un’attività dura. Fatta seriamente, implica conoscenza dell’istituzione in cui lavori, studio e approfondimento di dossier, ricerca paziente di soluzioni condivise ai problemi. Prevede un rapporto costante con la tua constituency, un dialogo quotidiano con gli elettori, l’attenzione a quello che succede nel tuo partito, dove tanti altri aspirano a prendere il tuo posto. Per non dire del sacrosanto tempo da impiegare per parlare con i media, con i questuanti di ogni ordine e grado, con quelli che hanno avuto un’idea geniale, con quelli che vogliono discutere con te del futuro dell’umanità e – un minuto dopo – del perché suo figlio non riesce a trovare un lavoro.

In cambio ricevi potere, direte. Questa è una sciocchezza (posto che il potere gratifichi e dia particolari soddisfazioni a chi lo incamera: secondo me produce solo stress e cattiva salute). Oggi i politici, a tutti i livelli, di potere ne hanno sempre meno. Girano a vuoto, perché la politica in quanto tale non ha cultura, tempi e procedure in grado non dico di guidare ma di convivere con una società che va sempre più per fatti suoi, che si organizza prescindendo dalla politica, riuscendo brillantemente a farne a meno. Guardatevi intorno, e capirete che cos’è la cosiddetta “disintermediazione” nella nostra vita quotidiana: quanti sono cioè gli atti concreti di ogni nostra giornata che ieri avevano bisogno dell’intervento di qualche agente istituzionale, di intermediari politici, sociali, sindacali, commerciali, ed oggi non più.

L’aggravante, poi, è che più la gente avverte di poter prescindere dalla politica più è – comprensibilmente – infastidita dalla sua invasività. Così come, dall’altra parte, più la politica avverte la propria crescente inutilità, più si blinda dentro la sua fortezza assediata. Di qui il successo di qualunque campagna contro ogni genere di casta, cui la politica risponde spesso facendo finta di niente, a volte con mezze concessioni ancora più dannose. Perché evidenziano il “male” (il presunto privilegio) e il suo finto superamento.

Mi spiegate allora, in questo quadro, quale persona normale può decidere di scendere o salire o fare politica oggi (usate l’espressione che preferite)? Naturalmente non nego in assoluto che possa accadere. Ma chi lo fa deve possedere le seguenti caratteristiche (e combinate insieme):

a) una grande ambizione. Chi oggi decide di fare politica deve volere rivoltare come un calzino l’istituzione in cui entra, cambiandone alle radici il funzionamento; non ha senso altrimenti decidere di stravolgere la propria vita, rimettendosi a studiare, rinunciando al tempo per sé, per la propria famiglia, per gli svaghi e il tempo libero;

b)  un grande spirito di sacrificio. Fare politica con questa ambizione significa lavorarvi a tempo pieno, impiegare nell’impresa ogni goccia della propria energia. Ci vuole un fisico bestiale. (In linea di massima devi anche essere giovane, per riuscirci);

c) ma soprattutto devi avere una personale condizione economica che consenta di affrontare la prova. Perché in politica puoi anche guadagnare bene (e questo ci sta e come, se produci cose), ma non puoi starci in eterno. E se la gente capisce che sei attaccato alla poltrona perché non hai alternative, dopo un po’ ti manda a quel paese. Avere un lavoro vero, un’alternativa alla politica, deve essere la tua più grande libertà.

Ma sono in pochi a trovarsi in questa invidiabile posizione, oggi. E quei pochi, di fronte ad una politica che non conta – e non conterà – più come prima, con la prospettiva di dovere girare la testa dall’altra parte sentendosi chiamati “onorevole” o “assessore”, essendo certi di perdere soldi e non di guadagnarne, e con la certezza di beccarsi qualche avviso di garanzia dal potere che contrasta la politica con maggiore ferocia – quei pochi rinunciano più che volentieri all’avventura. Preferiscono vivere.

Per questo – credetemi – il problema delle liste, di cui si discute tanto in questi giorni, più che un problema di malaffare, è un problema di mediocrità.