L’Expo e la felicità

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Il prossimo week end rinunciamo ai nipotini e ce ne andiamo all’Expo, mia moglie ed io. Ieri ho prenotato un bel B&B (288€ per due notti), il treno (294€: quegli stronzi di Trenitalia non fanno valere i punti-premio nei giorni festivi), e ho acquistato gli ingressi (94€ per due giorni). Investirò in tutto grosso modo un migliaio di euro, per andare a vedere che cosa hanno combinato. E sono convinto che mi piacerà molto. (Spero solo che il week end non sia rovinato dalla pioggia o da qualche imbecille di manifestante  anti Expo, anti Ogm, anti globalizzazione, antitutto).

I mille euro li spenderò volentieri anche per fare un dispetto all’informazione, che sta raggiungendo in queste ore le vette più alte della costernazione per il fatto stesso che venerdì prossimo Expo apre. Come è possibile, dopo il diluvio di corruttele (vere e/o presunte), inadempimenti, ritardi biblici, cantieri fermi, appalti bloccati, gaffes istituzionali, manfrine di potere che abbiamo raccontato in questi anni, fino a stamattina, quando un eroico collega del Corriere ha prodotto il formidabile scoop degli operai che raggiungono il lavoro attraverso un varco abusivo? Cazzo, colleghi, era certo che Expo sarebbe stata una specie di Cinecittà di serie B fatta di fondali finti e padiglioni pezzottati, e senza la firma dell’Oscar Storaro. Mentre l’altro Oscar (Farinetti) non avrebbe neppure potuto fare da mangiare, dato che la gara gliel’ha concessa in dono il suo amichetto fiorentino. E che le vendite dei biglietti sarebbero state le stesse della fiera del mobile di Rozzano. E che il mondo, naturalmente, ci avrebbe riso dietro. E invece questi aprono…

E il mondo ride sì, ma davanti a noi, non dietro. Ridono la Svizzera e l’Islanda, la Danimarca e i Paesi Bassi, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Svezia, la Francia, la Germania. Bella forza, direte: nazioni ricche, opulente. Già, ma ridono pure Costa Rica e il Venezuela, l’Argentina e la Colombia, l’Uzbekistan e l’Ecuador. Sono tutti più felici di noi, ha detto nei giorni scorsi il World happiness report del 2015: l’Italia è solo 50ma nella classifica mondiale della felicità. E perché? Perché, dice stamattina il curatore dell’indice Jeffrey Sachs, intervistato da Federico Rampini su Repubblica, “avete disinvestito nel capitale sociale, quel capitale che è fatto di fiducia reciproca, di relazioni solidali”.

Va bene. E allora proviamo a reinvestire, in questo cazzo di capitale sociale. Ricominciamo a fidarci di noi stessi, di quello che facciamo e siamo in grado di fare. E fottiamocene degli scettici, degli incattiviti, dei lamentatori di professione. “Siamo tristi perché siamo governati male, abbiamo una brutta politica, una pessima classe dirigente”, dice il primo che incontro stamattina in treno. Già, rispondo timidamente, ma in fondo siamo noi che li mettiamo lì, noi li eleggiamo etc… “Certo – conclude mesto il viaggiatore – in effetti noi siamo come loro”. E il cerchio si chiude. Siamo punto e a capo. Datemi solo una corda, ché mi impicco stasera stessa.

E invece me ne vado all’Expo. Alla faccia di tutti. (Ma soprattutto dei giornali e dei giornalisti, che hanno veramente rotto i coglioni).