10, 100, 1000 Pallotta

pallotta

Qui il tifo non c’entra niente. Queste cose, le avessero dette Agnelli, De Laurentiis e pure Lotito, avrebbero meritato solo sonori applausi. Il punto è che le ha dette lui, un uomo che viene da una civiltà sportiva superiore. Ho detto proprio così: civiltà sportiva superiore. In Italia il tifo è un distillato delle guerre che, da sempre, mille tribù combattono in nome di presunte appartenenze e identità posticce. Città contro città, quartieri contro quartieri, destra contro sinistra, e così via. Spaventati dalla meravigliosa indistinzione globalizzata che (per fortuna e in modo crescente) ci connota, tutti si ricoprono di radici inventate, costruiscono confini falsi. E poi vanno in cerca di nemici. Non capendo che il nemico ce l’abbiamo dentro. Sono le nostre paure. E’ il terrore di scoprirci nudi, con un’identità da rimodellare giorno dopo giorno, mettendo continuamente alla prova la nostra intelligenza, sfidando certezze e pigrizie stratificate nei secoli. Problematiche che devono apparire assai lontane al giovane ed ancora entusiasta popolo yankee, e ad uno come Pallotta, il più classico dei self-made man, che si presentò, sbarcando a Roma, dicendo: “So quanto siano pazzi i tifosi romanisti, ma sono preparato: voi non sapete quanto sono pazzo io”.

Da italiano vero, non nascondo pessimismo e scetticismo su Pallotta e i suoi obiettivi: lo stadio nuovo subito, la fine del tifo idiota e dei ricatti degli ultras, l’ingresso della maggica nel novero dei grandi club mondiali. Dovesse riuscirci, non solo il calcio nostrano dovrebbe fare un monumento all’americano.

ps. e già che ci sei, Presidente, manda definitivamente a quel paese tutte le radio romane. I peggiori nemici della civiltà sono lì.