La filosofia del rotto

sohnrethel

Alfred Sohn-Rethel è un filosofo e sociologo tedesco che soggiornò a Napoli dal 1925 al 1927, producendo degli spettacolari appunti sulla città e la sua “filosofia del rotto”. I fatti italiani degli ultimi giorni (strade che franano, soffitti che crollano) me li hanno fatti tornare alla mente. Allargate lo sguardo da Napoli all’Italia. Spostate di un secolo le riflessioni di Sohn-Rethel sul funzionamento delle cose, sull’uso della tecnica (e anche su quel certo genio che ci consente far fronte a imperizie, errori e catastrofi), e scoprirete quanto ci aveva preso, questo signore venuto da Cemmania. Ecco le sue paginette.

I dispositivi tecnici a Napoli sono essenzialmente rotti: solo eccezionalmente e in virtù di un caso straordinario ce ne sono anche di funzionanti. Col tempo si ha l’impressione che tutto viene prodotto già rotto in anticipo.

Qui non  parliamo dei battenti delle porte, che a Napoli sono annoverati tra gli esseri mitologici e vengono applicati alle porte solo come effigi simboliche [ciò è connesso col fatto che  lì in genere le porte ci sono unicamente per restare aperte e se talvolta una corrente d’aria le fa sbattere, con terribili stridori e con il tremito di tutto il corpo,  vengono subito riaperte: Napoli a porte chiuse sarebbe come Berlino senza tetti sulle case] ma dei veri e propri macchinari e apparati tecnologici. E non tanto del fatto che essi, in quanto si rompono, talvolta non funzionano, ma per il napoletano il funzionamento comincia proprio e soltanto quando qualcosa si rompe.

Il napoletano va per mare con un motoscafo sul quale a mala pena oseremmo metter piede, anche con un vento impetuoso. Il motoscafo non va mai come dovrebbe andare, ma procede alla meno peggio. Con imperturbabile consapevolezza, egli  lo porta a tre metri dagli scogli, verso i quali una turbolenta risacca minaccia di schiantarlo, pronto, ad esempio a scaricare il serbatoio di benzina danneggiato, nel quale è penetrata l’acqua, e a riempirlo di nuovo senza mai spegnere il motore. Se necessario, prepara contemporaneamente  la macchinetta del caffè per i suoi ospiti di bordo. Oppure gli riesce persino, con insuperabile maestria, di rimettere in funzione la sua auto difettosa con l’originale applicazione di un pezzetto di legno trovato casualmente per strada; e tuttavia solo fino a quando – sicuramente molto presto – si romperà di nuovo. Le riparazioni definitive sono per lui un misfatto; in quel caso, volentieri rinuncerebbe  del tutto all’automobile.

In proposito non bada a nient’altro. Guarderebbe stupefatto qualcuno che volesse dirgli che questo non è il modo di adoperare un motore o in generale uno strumentario tecnico. Lo contraddirebbe energicamente: per lui l’essenza della tecnica sta nella messa in funzione del rotto. Nel trattamento dei macchinari difettosi è assolutamente sovrano e va ben al di là di ogni tecnica. Per la sua abilità di bricolage  e per la  prontezza di spirito con la quale egli spesso dinanzi a un pericolo riesce, con irrisoria semplicità, a ricavare da un difetto un salvifico vantaggio, egli ha più di qualche tratto in comune con l’americano. Ma in lui c’è la suprema ricchezza inventiva del bambino e tutto gli riesce, come al bambino. Come ai bambini, la ruota della fortuna gira volentieri a suo favore.

Ciò che invece è intatto, ciò che, per così dire, va da sé, è per lui inquietante e sospetto, proprio perché, in quanto va da sé, non si può davvero  mai sapere come e dove andrà. Infatti, se la cosa, sia pure approssimativamente, dà prova di funzionare come si pensava, egli cade in un’estasi per lo più accordata in chiave patriottica – “Evviva l’Italia!!” – ed è facilmente disposto a vedere se stesso e il suo Paese già al vertice della civilizzazione dei popoli. Ma di certo non è mai tanto in confusione come quando, anche per il treno da Castellammare a Napoli, che nel corso del suo mezzo secolo è  diventato sempre più logoro,  fino all’ultimo minuto non si riesce a sapere dove arriverà.

Questa almeno è la filosofia del capostazione, che mi fu enunciata in risposta a una mia richiesta. Non si può far nulla, dal momento che ciò che è intatto funziona da sé, senza un particolare intervento, force majeure, e le vie del Signore sono imperscrutabili. All’incantesimo  si oppone come rimedio il fatto che la cosa, in ogni caso, si rompe. Dove la si può ancora riparare, lo si fa prontamente e persino più frequentemente di quanto un uomo prudente crederebbe necessario.  Certo, questo può dipendere dal clima, comunque non fa alcun danno, poiché infatti si deve solo pensare a rimettere in funzione la cosa.

Pericolosi potrebbero diventare invece gli elementi che, come l’elettricità, non possono propriamente rompersi, e per i quali non si può accertare senza riserve se essi appartengano realmente a questo mondo. Per questo, tuttavia, Napoli ha approntato il suo luogo. Questi misteriosi, spirituali elementi scorrono senza impedimenti insieme alla gloria delle potenze religiose, e l’illuminazione festiva nell’immagine sacra dei napoletani  è gemellata con la corona radiosa della Madonna che affascina le anime devote. Al contrario, non c’è niente di più gravemente censurabile dell’illuminazione profana,  intesa come utilizzazione pratica dell’elettricità a Napoli. Un compianto assolutamente cosmico stringe il cuore al cospetto delle miserevoli  lampadine che con mortale afflizione ciondolano malinconicamente agli angoli delle strade, con disperata perseveranza,  schernite e disprezzate da tutti. E resta poi da chiarire l’inesorabile legge in forza della quale ogni due giorni nei tram va via la corrente; “la corrente non c’è” – ecco la semplice formula per questa congiuntura celeste. E’ possibile che forse il telefono sia effettivamente funzionante, se soltanto i numeri andassero per le proprie vie e il pubblico registro o gli uffici informazioni non fossero partecipi del mistero di questi numeri. Eppure, comunque vadano le cose nel dettaglio, tutto a Napoli non appartiene più all’ambito della mera tecnica.

La tecnica comincia piuttosto soltanto dove l’uomo oppone il suo veto contro il chiuso ed ostile automatismo dei macchinari e lo fa rimbalzare nel suo mondo. In questo egli si dimostra veramente di gran lunga superiore alla legge della tecnica. Infatti si appropria della conduzione delle macchine non tanto perché ne apprende il dispositivo di manovra, quanto perché scopre in esso il suo proprio corpo. Dapprima distrugge la magia, ostile all’umano, dell’intatto funzionamento meccanico, e solo così si installa poi, una volta smascheratane la mostruosità, nella sua anima semplice,  e gode per averne effettivamente incorporato il possesso nell’illimitato dominio di un’esistenza utopicamente onnipotente.

Poiché non si affida più  all’arroganza tecnica del suo servile strumento, penetra con sguardo incorruttibile nell’ingannevole parvenza  del suo puro fenomeno; un pezzetto di legno o uno straccio funziona altrettanto bene.  Certamente però deve conservare ad ogni momento la potenza di ciò che ha vittoriosamente incorporato. Con angosciante verve va a caccia d’avventura,  infischiandosene di tutto, ed anzi se qualcosa non va in rovina, i muri lungo la strada o i carretti di asino o la propria macchina, tutta la scarrozzata in auto non ha avuto alcun senso. Un’autentica proprietà deve pur essere sfruttata fino in fondo, altrimenti non se ne ricava niente; deve essere usata e assaporata fino all’ultima briciola, fin quasi a distruggerla e divorarla. Eppure, nel complesso, il rapporto del napoletano con la sua macchina è bonario, solo un po’ brutale; esattamente come col suo asino.

Ancora connessa a pochi dei suoi usi canonici, la tecnica conosce qui delle straordinarie diversificazioni ed entra, con effetti tanto sorprendenti quanto convincenti,  in una forma di vita ad essa completamente estranea. Della radiosa lampada che innalza la gloria della madonna, abbiamo già detto. Come ulteriore esempio,  si può citare un motore a ruota che, estratto dalla carcassa di una sgangherata motocicletta, con le sue vorticose rotazioni intorno ad un asse leggermente eccentrico, serve a montare la panna in una latteria.

In tali impensate maniere, la tecnica moderna procura per gli usi  pratici di questo XVII secolo, bizzarramente sopravvissuto a se stesso con tram elettrici e telefoni, la più squisita assistenza e si pone così al servizio della libertà di questa vita, sullo sfondo della massima involontarietà. I congegni meccanici non possono costituire qui quel continuo progresso civile al quale sarebbero destinati: Napoli gli gira le spalle.

La tecnica moderna procede qui nel complesso come  quelle sperdute rotaie, che a Monte Santo corrono sotto le strade, desolate e arrugginite. La parola d’ordine che da qualche parte si era levata, non si sa quando, per audaci progetti è da tempo spenta e dimenticata.

Con la forza di una messa opera senza precedenti, sgorga per gli esultanti bambini del vicolo l’acqua che,  colando da qualche  conduttura danneggiata, scorre fin sulla bocca per il loro beato divertimento, e l’intero vicinato si rallegra per questa graditissima sorgente. In questa città i più complicati strumenti della tecnica si alleano per compiere le faccende più semplici, in un modo che nessuno ha mai immaginato. Per l’involontaria istituzione di tale utilizzo essi vengono completamente rimodellati e, conseguentemente, rinnegano i loro scopi più propri.