“Fare piena luce”. Ma datevi una calmata.

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Un uomo entra in tribunale a Milano, aggira i sistemi di sicurezza grazie – pare – ad un tesserino di riconoscimento che si era precedentemente procurato, ed uccide tre persone: un avvocato, un coimputato nel processo che lo riguarda, e un ex giudice fallimentare. Ferisce altre persone, tra cui suo nipote. Poi riesce a fuggire, ma viene arrestato poco dopo. Dichiara: “Volevo vendicarmi di chi mi ha rovinato”.

Reazioni di un paese civile. Cordoglio per l’accaduto. Verifica dei sistemi di sicurezza del tribunale: immediato accertamento delle responsabilità (se ve ne sono). Rapido processo e sentenza: relativa condanna (se i fatti si sono effettivamente svolti come le prime ricostruzioni dicono).

Reazioni in Italia. “Fare piena luce” è lo slogan che funziona sempre. Tutti lo usano, nessuno si risparmia la dichiarazione: politici, magistrati, preti. Molti chiedono che si riferisca subito in Parlamento: non è escluso che di qui a poco qualcuno chieda una commissione ad hoc. Renzi, Maroni, Orlando, Pisapia ripetono le ovvie (ma comprensibili, che cos’altro si può dire di sensato nell’occasione?) frasi di circostanza: si porta molto il “vi sono state falle nella sicurezza” (ma va’). Daniela Santanché proclama: “L’Isis è alle porte” e tira in ballo l’Expo (ma che cosa c’entra?). A ruota Salvini, sulla stessa linea responsabile e rassicurante. Per Gherardo Colombo l’episodio è rivelatore “di un clima che c’è oggi contro la magistratura”. Conclude il grottesco crescendo rossiniano il Presidente della Repubblica in persona, che convoca un Plenum straordinario del Csm e tiene un comizio politico: “I magistrati sono sempre in prima linea e ciò li rende particolarmente esposti: anche per questo va respinta con chiarezza ogni forma di discredito nei loro confronti”. Ma siate seri, sobri, misurati. E datevi una calmata.