Vecchie cose

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Stamattina due mie intervistine su D’Alema e dintorni, alla Stampa e al Quotidiano nazionale. Non avrei voluto farle, per motivi intuibili. Tutto si perde ormai nella notte dei tempi, però una volta lavoravo con D’Alema. Oggi nulla mi lega a lui: politicamente siamo agli antipodi, e sul piano umano lo trovo poco sereno, mi intristisce il suo rancore. Per questo ho difficoltà a parlarne. Mi verrebbe da dirne tutto il male possibile. Ma mi frena, in fondo, un antico affetto. E poi c’è il fatto che non me ne frega un granché. Le contorsioni della sinistra Pd mi sembrano foto sbiadite di un mondo che non c’è più.
La Stampa
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Quotidiano nazionale
D’Alema? Lui sì che lo conosceva bene. Fu il primo ad andarsene. Vero Velardi? Scandisce ridendo: «Ho questo primato».
Cattivissimo Renzi: paragona D’Alema a una vecchia gloria del wrestling…
«Macché cattivo. Affettuoso. Spiritoso».
Scherza?
«No (ride ndr), affatto».
Lei, come tutti gli ex, si vendica.
«Nemmeno un po’. Mi dispiace».
Soddisfazione postuma?
«Maddai. La vicenda di ieri rientra più nella sfera della psicanalisi che in quella della politica».
Feroce.
«Realista».
Si spieghi.
«Vi pare possibile che uno si presenti dicendo ‘io sono un extraparlamentare e vi suggerisco di fare così’? C’era da alzarsi e dirgli ‘Si accomodi’».
Addirittura.
«Certo. O portarlo fuori di peso».
E dice di non avere rancore?
«Lo ripeto. Mica è normale consigliare di essere uniti e intransigenti al tempo stesso».
Perché?
«Sono concetti che fanno a pugni. Se sproni all’unità devi saper mediare».
Guardi che ha ricevuto molti applausi.
«Da una platea di funzionari e dirigenti e militanti che non trova una leadership tra quei dieci piccoli indiani della minoranza».
Quindi affascina.
«Certo. Però non per ragioni politiche. Anzi. È il suo essere ormai lontano dalla sfera politica a renderlo attraente».
Cuperlo e Orfini. Ingrati.
«Ma va’! Io fui il primo a fare i bagagli e posso ragionare con il necessario distacco».
Ragioni.
«Se un bravo ragazzo, mite e studioso, come Cuperlo lo critica una ragione ci sarà. Se l’ultimo della ‘nidiata’, Orfini, perde la pazienza un motivo ci sarà».
E qual è?
«Chiedetelo a D’Alema. Il problema è che lui non si chiede perché è rimasto solo».
Che cosa gli consiglierebbe?
«Forse un piccolo bagno di umiltà».
D’Alema, il Politico per antonomasia.
«Ora non più. Con Renzi la butta in caciara».
Perché?
«Non razionalizza la sua sconfitta. E poi Renzi sta facendo quello che D’Alema voleva fare vent’anni fa».
Davvero?
«Nel 1997 D’Alema aveva in mano l’Italia. Fece un discorso lucidissimo al congresso del partito, attaccò il vecchio modo di fare sindacato. Fu attorniato da compagni della Cgil e si mise a discutere. Lì cominciò la sua involuzione. Rimase fermo prima, arretrò poi».
Un Renzi ante-litteram.
«Diciamo» (ride).
Però umanamente non è male.
«Verissimo. Se gli levi la scorza è cordiale e simpatico. Di più: ingenuo».
Tornerà protagonista?
«Meglio se si dedica al vino» (non ride affatto).