Quando diventai lobbista

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Un mio vecchio appunto su quando e come sono diventato lobbista, in queste ore in cui – a proposito di Lupi, Incalza e compagnia – si torna a parlare a vanvera di “lobbies”. Il nostro è un mestiere serio e vero.

Non avrei dovuto fare il lobbista, nella vita. Nei suoi aspetti meno appariscenti – ma sostanziali – è giusto il mestiere che non fa per me: richiede capacità di studio e di approfondimento, determinazione, pazienza, tenacia. Doti mai possedute in abbondanza dal sottoscritto, meno che mai ora che nelle riunioni la mia soglia di attenzione conquista minimi storici, quotidianamente superati dal generale e crescente fastidio per il mondo che mi circonda. Immaginate, in questo quadro, quanto possa appassionarmi il cammino di un subemendamento nella commissione trasporti del Senato della Repubblica.

D’altronde sono un lobbista di risulta. Pratico questo dignitoso lavoro in mancanza di meglio. Me lo inventai poco dopo i 45 anni, appena sloggiato senza complimenti, insieme al mio capo, da un vasto e imponente ufficio che occupavo in piazza Colonna. Evidentemente non avevo svolto al meglio la mia funzione di “consigliere politico” del Presidente del Consiglio dei ministri, se l’oggetto delle mie attenzioni si era fidato di sondaggi sbagliati, alleati farlocchi e colleghi di partito infidi. Dovevo avere – e comunque prendermi – le mie responsabilità. Così andai da lui e – dopo avergli proposto (ultimo consiglio fraudolento) di sistemare il grosso dello staff tra partito e Parlamento –  gli dissi che invece io avrei cambiato mestiere, insieme a Massimo e Antonio. Avrei fondato una società per fare attività di lobbying. Mi disse freddamente: “Buona fortuna”. Non ebbi l’impressione che comprese quello che gli dissi. Il punto è che neppure io sapevo bene cosa stessi andando a fare.

Forse lo sapeva meglio Massimo, che si andava liberando del suo involucro di fedele funzionario di partito divorando innovazione e new economy, e mi metteva sulla strada di letture giuste. Il Kevin Kelly delle “Nuove regole per un nuovo mondo”, Chris Anderson astro nascente di “Wired”, e soprattutto il nostro mito dell’epoca, Albert Laszlo-Barabasi, che con il suo “Link” ci fece capire l’essenza del lobbismo moderno, cioè la capacità di costruire reti (nodi, link e hub) relazionali e professionali.

E poi parliamoci chiaro. Nessuno, nella primavera del 2000, mi avrebbe offerto un lavoro vero e normale, malgrado fossi considerato un uomo potente. Avrei potuto chiedere al capo un posto anche per me, magari un semplice trasferimento, un viaggio di neppure 100 metri per andare ad occupare uno scranno a Montecitorio. Ma la prospettiva non mi allettava per niente. Avevo già abbondantemente verificato quanto fosse frustrante, l’attività lì di fianco. Giornate intere in attesa dell’arrivo di inopinati ordini di scuderia, bottoni schiacciati per default, disinformate chiacchiere in Transatlantico. E come mettevi il piede fuori, la gente ti guardava di sbieco.

E quindi? Meglio cambiare aria, potendo. E reinventarsi. Mettendo le competenze acquisite negli anni al servizio di un mestiere vero. Ma di quali competenze parli, mi chiedete? Eccole. Conoscere i meccanismi, i percorsi e i tempi del funzionamento delle istituzioni. Essere in grado di leggere, di comprendere (e anche di scrivere) un provvedimento. Avere una visione strategica, nell’interesse del cliente che rappresenti ma sempre a tutela dell’interesse generale. Riuscire a dire con parole semplici e comprensibili quello che gli azzeccagarbugli della Pubblica amministrazione cercano di non farti capire. Agire sempre in trasparenza. E così via. Così lavorano i lobbisti veri. Che sono bravi, preparati e onesti. E cominciano ad essere parecchi, anche in un paese di sepolcri imbiancati come l’Italia.